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“I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

 

È pratica comune dell’uomo simulare un’emozione, non è poi così difficile. Magari non per molto, magari non sempre, ma l’inganno e la menzogna possono essere così facilmente dietro l’angolo. Giuseppe Tornatore ce lo dice a chiare lettere accompagnandoci per mano nel mondo di Virgil Oldman, sessantenne mercante e collezionista d’arte un po’ misantropo.

Il mondo di mister Virgil è un mondo di perfezione, di ordine e di solitudine. Niente donne, per lui, niente amore, niente distrazioni. Il bicchiere di cristallo siglato, la collezione di guanti per non toccare le altre persone, e soprattutto i loro sentimenti. Forse per qualcuno è sempre meglio mantenersi a distanza, non raccontare mai troppo di sé, anche se le parole – quando ci sono – sono precise, misurate e puntuali. Ma poi quando incontri qualcuno come te, con le tue stesse paure, anzi peggiori, ti guardi dall’esterno e capisci che è giunto il momento di cambiare. Claire, 27 anni e affetta da agorafobia, commissiona a Virgil la valutazione del patrimonio artistico della casa dove vive, o meglio, si nasconde. Qui capiamo che Tornatore con questo film ci regala qualcosa di più che un mero omaggio al mondo dell’arte, con una scenografia sontuosa e a tratti di ispirazione gotico-romantica, giusta cornice per una donna misteriosa e chiave di volta della storia, sostenuta da un ancora ammirevole Ennio Morricone. La casa di Claire è senza dubbio la co-protagonista del film, e simbolicamente corredata di tutto il nécessaire: l’alto cancello di ferro battuto, la mobilia impolverata, i passaggi segreti, un giardino incolto, la pioggia battente e la notte al momento opportuno. Altro personaggio secondario ma metaforicamente con un ruolo-chiave, è l’automa ricostruito pezzo per pezzo con frammenti ritrovati nella villa, di un geniale inventore del ‘700, Jacques de Vaucanson (cos’è questo se non un raffinato omaggio allo steampunk?). E così come il robot, solo pezzo per pezzo lo spettatore insieme allo stesso Virgil riesce a comprendere il complesso meccanismo narrativo, che sicuramente una cosa la riesce a dimostrare: “in ogni falso vi è sempre qualcosa di autentico”.

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