Il ricordo

sangue

È lì

eccola

la crosta di sangue

a riparare la tua ferita

che la terra e l’aria

– sciagurate –

volevano infettare.

A me invece

sembrava solo

uno di quei tiepidi mattini

vita vissuta dal profondo

delle contorte viscere

spurgo animico

di ciò che non volevi.

Se poi la prendevi

e con un’unghia la strappavi

fin dove la carne

lo consentiva

il sangue ti scappava via lesto

come le iene scacciate dai

leoni sui corpi putrescenti.

È la tua ferita e ti piace

la ammiri e la osservi

e la apri

e la apri ancora

e la bagni

e il grumo di liquido ormai più denso è lì

lavorano le piastrine instancabili

e cuciono e si scuriscono

e piallano e chiudono

E poi…

eccola

la tua orgogliosa

bianca

cicatrice.

Le cose importanti

robin-garnier-1146148-unsplashPagare le bollette

avere un lavoro

trovare casa

essere in regola con il mutuo

andare in palestra

fare sesso

fare figli

mostrarsi felici

oppure anche tuttavia

cercare un prato di erba bagnata dopo il temporale

disegnare un labirinto

guardare i suoi occhi

anche quando sorride al pavimento –

nutrire gli animali

restaurare un mobile antico

essere per se stessi importanti

abbracciarti sempre prima di andare via

prendere i treni regionali

e parlare con il vicino –

cercare le foto da piccolo con i tuoi genitori

e farne di nuove adesso

e poi appenderle vicine –

guardare le stelle e le nuvole

ogni sera prima di andare a dormire –

toccarti senza chiedere il permesso

cercare di fare qualcosa di nuovo

ogni giorno –

baciarti solo per toglierti

la schiuma del cappuccino –

tutto ciò mica appare

negli annunci di Linkedin

non lo mette nessuno nel curriculum

vicino alle lingue parlate

eppure io oggi vorrei solo

prendere la metro di Parigi

portarti al Musée d’Orsay

e farti arrossire

di rosso Chagall.

La notte calma

Non è mai abbastanza

Quello che sei

Quello che pensi

Quello che fai

Dicono.

Potrebbe essere tutto meglio

Di così

Dicono.

Invece tu ti accontenti

Di due parole scritte sul muro

Del tepore dolce delle sue mani

Dell’acqua lenta che scappa dai vetri

Delle alte e basse frequenze

Dei colori

Di leccar via la goccia di miele

Rimasta sul piatto

Dell’odore di libri antichi

E del lento sbocciar di un’orchidea

Vagabonda.

Che sciocca che sei

Che ti accontenti così

Dei suoi sorrisi nascosti

Dei tuoi tremori indecisi

Del sangue che pulsa forte

Della nocciola croccante

In mezzo ai denti

Delle parole che si intrecciano

Dalla lingua del mondo

E della notte calma.

Tre giorni a primavera

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Mancano

Tre giorni a primavera

L’ape rispolvera l’atlante dei fiori

In partenza per nuovi viaggi.

Il fiore è già sbocciato

Era il più impaziente.

Le gemme vengono messe in fila

Sui rami degli alberi

La terra è sbronza d’acqua

E si diverte pensando

Ai giochi

Dei suoi nuovi ospiti vegetali

La rondine fa le valigie

La tartaruga smetterà di sognare

Ci sono anche i falò

Che crepitano nella notte oscura

Tra le grida ancestrali dei vecchi rami

Ormai morti e dimenticati

 

Solo tu

Non ti prepari a nulla

E neanche io

Perché sappiamo entrambi

Che non finisce qui l’inverno.

I dettagli che non ti ho detto

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Scusa.

Sono stata superficiale.

Non ti ho mai raccontato

il rosso sbiadito della coccinella in visita

il libro ammuffito sul mio comodino

il campo da basket circondato dagli alberi

dei miei quattordici anni

la ghianda che ho piantato

– la devo andare a trovare –

 

Scusa,

ero distratta.

Non ti ho mai raccontato

i fiori porpora della Scozia

il vento forte dell’Atlantico

l’Earl Grey con il latte

e il pane croccante catalano

le cattedrali gotiche al tramonto.

 

 

Non ti ho mai detto

che mi mancano i miei capelli blu

che ogni presente è un passato sopravvissuto

che i miei sogni me li dimentico sempre

in fondo al cassetto

che scambio il caso per opportunità

che disfo i tappeti di foglie

che quando trovo una moneta la raccolgo

che ho conosciuto un camaleonte

e un pipistrello

che scarto il bordo della pizza

che calpesto le pozzanghere

e che non credo in Dio

ma mi piacciono le costellazioni

perché sono le uniche

che posso portare con me

sotto ogni cielo.

 

 

 

Elogio dell’infanzia, da “Il cielo sopra Berlino”

Questa è “Elogio dell’infanzia”, poesia scritta appositamente da Peter Handke per il film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders (1987).

 

Quando il bambino era bambino,

camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

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Potsdamer Platz

Peter Handke, Lied Vom Kindsein

Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken

und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeder Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

Il Testamento

E’ una canzone ma per me una poesia, scritta da Andrea Appino.

Lui l’ha scritta pensando a Mario Monicelli, io la voglio dedicare a tutte le anime coraggiose.

 

Ho dieci strofe per lasciare un bel ricordo
Ho dieci piani che mi aspettano giù in fondo
E sono certo in pochi possono capire
Ma davvero io son felice di morire
Ho fatto tutto quello che dovevo fare
Ed ho sbagliato per il gusto di sbagliare
Son stato sveglio quando era meglio dormire
E ho dormito solo per ricominciare
Son stato solo tutto il tempo necessario
A guardare gli altri, non per fare il solitario
Ed ho creduto in tutti per quel che ho potuto
Mi son rialzato sempre dopo esser caduto
Ho preso in giro solo quelli più potenti
A loro ho preferito sempre i pezzenti
Me ne son fregato dei giudizi della gente
Nessuno giudica se è un poco intelligente
Ne ho amati molti perchè lo volevo fare
Tanti ne ho odiati ma anche loro per amore
Ho preferito Gesù Cristo a suo padre
Anche se entrambi non li voglio al funerale
Ho scelto tutto quello che volevo fare
E ho pagato ben contento di pagare
Perchè la scelta in fondo è l’unica cosa
Che rende questa vita almeno dignitosa
E quindi scelgo di saltar dal cornicione
Come un gabbiano, falco o piccolo aquilone
Come un aereo, una falena, un pipistrello
Che vola alto invece ora è un misfacello
Ho scelto te per dei motivi misteriosi
Siam stati accanto per giorni meravigliosi
E lo sai bene che lo faccio per natura
Non rivederti più è l’unica paura
Ai benpensanti che lo trovano immorale
A quelli che lo leggeranno sul giornale
Alle signore bocca larga e parrucchiere
Chi non mi lascia farlo in altre maniere
Io ho scelto esattamente tutto quel che sono
Senza la scelta io la vita l’abbandono
Ho scelto tutto, tutto tranne il mio dolore
Lo ammazzo io e non c’è niente da capire

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Da un atlante del mondo difficile

So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l’ ufficio
con l’abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio
nell’apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete
dopo l’ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia
in piedi nella libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve
spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire
le scale
verso un nuovo tipo d’amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le telenotizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’attesa
Di occhi che s’incontrano sì e no, d’identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani. So
che stai leggendo questa poesia con una vista non più buona, le spesse lenti
ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però
continui a leggere perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa
scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro
nella mano
poiché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.
So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,
diviso fra rabbia e speranza
ricominciando a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non rimane
nient’altro da leggere
là dove sei atterrato, completamente nudo.

Adrienne Rich

La Luna e la Notte

Quella notte guardavo la luna.
Sì ero alla finestra
e la guardavo
poi ho lasciato la finestra
mi sono spogliato
mi sono messo a letto
e subito la camera
si è fatta molto chiara:
la luna era entrata.
Sì avevo lasciata aperta la finestra
e la luna era entrata.
Era proprio là quella notte
là nella mia camera
e brillava.
Avrei potuto parlarle.
Avrei potuto toccarla.
Ma non ho fatto nulla
l’ho soltanto guardata
sembrava calma e felice
avevo voglia di accarezzarla,
ma non sapevo che pesci pigliare.
Restavo là… senza muovermi.
Lei mi guardava
brillava
e sorrideva.
Allora mi sono addormentato
e quando mi sono risvegliato
era già l’indomani mattina
e c’era soltanto il sole
sopra le case.

Jacques Prévert

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