Elogio dell’infanzia, da “Il cielo sopra Berlino”

Questa è “Elogio dell’infanzia”, poesia scritta appositamente da Peter Handke per il film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders (1987).

 

Quando il bambino era bambino,

camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

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Potsdamer Platz

Peter Handke, Lied Vom Kindsein

Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken

und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeder Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

David Foster Wallace, l’anti-eroe americano

David Foster Wallaceworld copyright Giovanni Giovannetti/effigie

David Foster Wallace

Pochi film, attori e registi in questo periodo hanno dominato l’attenzione dei critici cinematografici: si va dal grande Iñárritu con The Revenant, dove Leonardo Di Caprio affronta le sfide più temibili pur di vincere l’Oscar, a The Hateful eight di Quentin Tarantino, di cui le alte aspettative hanno fatto parlare più del film stesso.

Eppure, in mezzo a queste e altre pellicole da guadagno assicurato, ve ne sono altre che sono state una vera e propria scommessa: The End of The Tour è una di queste.

Girato negli Stati Uniti e ambientato nel 1996, la storia narrata è quella di David Lipsky, romanziere e giornalista, che ha seguito lo scrittore David Foster Wallace nel tour promozionale del suo romanzo Infinite Jest, con l’obiettivo di intervistarlo per la rivista Rolling Stone, e nel film succede esattamente questo: i due parlano, poco altro. Potrebbe prospettarsi una noia assoluta di 106 minuti, e invece la magia di questa pellicola è che non accade. Il regista James Ponsoldt vince la scommessa, e porta in scena qualcosa che, andando al cinema senza pretese, lascia piacevolmente stupiti.

E’ certamente D.F. Wallace, il romanziere che ha ridefinito la scena letteraria americana contemporanea, a dare spessore a tutto.

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Jason Segel e Jesse Eisenberg in una scena del film

Wallace – morto suicida nel 2008 – ha iniziato come giovane nerd appassionato di filosofia. Quando scrive il suo primo romanzo dal titolo La scopa del sistema lui stesso lo definisce il romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato da Wittgenstein e Derrida. Segue il saggio Signifying Rappers (Il rap spiegato ai bianchi) e la raccolta di racconti Girl with Curious Hair (La ragazza dai capelli strani). Un libro dopo l’altro, iniziano a fioccare i paragoni con nomi illustri come De Lillo, Pynchon, Barth.

 

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La bozza di un romanzo

Wallace entra di prepotenza tra i protagonisti della narrativa postmoderna sperimentale, con il suo stile mescola arguzia e comicità, surrealismo e iper-realtà, ironia e sentimenti. Il vero successo arriva con Infinite Jest, nel 1996: ambientato in un poco fantascientifico prossimo futuro in cui tragicomici progressi della tecnologia e surreali sviluppi politici non mutano la complessità dolorosa dei sentimenti e dei rapporti umani.

Quello che colpisce però della storia di Wallace – quella filmica e di conseguenza anche quella reale – è la sua struggente quotidianità da americano medio, quella che ormai ognuno di noi potrebbe vivere, soprattutto chiunque sia mediamente istruito, che svolga un lavoro non manuale, e che si trovi ad avere a che fare con il mondo che dagli anni Ottanta è cambiato per sempre, in maniera netta e radicale. Niente più grandi ideali, niente più linearità del progresso, e soprattutto una lunga e inarrestabile corsa verso una società tecnica ed emotivamente analfabeta.

Chuck Palahniuk scriveva in un altro romanzo cult, Fight Club, sempre nel 1996, sempre in America:

siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo né la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando.

In questo caso, sembra dire Wallace, non importa nemmeno se sei famoso, anzi, come ripete più volte nel film, “questa non è la realtà”. La sua vita invece è quella di un uomo solo, che abita solo, con due grossi cani neri, e che ammette di avere una grande dipendenza dalla tv, per questo in casa non la possiede. Lattine di bibite analcoliche sparse per casa, montagne e montagne di libri accatastati sul pavimento, junk food facilmente reperibile, l’immancabile bandana sulla testa, la sua coperta di Linus per proteggersi dal mondo.

L’intervista a mo’ di dialogo continuo che l’inviato del Rolling Stone porta a casa dopo il viaggio e trascrive poi nel libro Come diventare se stessi. David Foster Walalce si racconta (ed. Minimum Fax) è uno scambio serrato di semplici quanto profonde idee sulla vita, sul mondo, sulla condizione umana alienante che prima o poi tutti proviamo, ma è soprattutto vita quotidiana americana, amore non corrisposto, senso di condivisione non realizzato, e piccole felicità sparse qua e là come i semi degli sconfinati campi dell’Illinois dove Wallace ha vissuto.

David Foster Wallace ha paura della fama e della celebrità, perché sa che una volta terminato il tour per la presentazione del libro, lui tornerà a casa, solo, a chiedersi il perché di tante cose.

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“Il suicidio di David lo ha trasformato in quel tipo di celebrità letteraria che lo avrebbe fatto rabbrividire”: ha così dichiarato la moglie in un’intervista dopo la sua morte. Probabilmente lui aveva pensato e previsto anche questa amara conclusione, per fare finalmente anche di se stesso, della sua vita, un personaggio dei suoi romanzi.

 

“La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti.

Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito”.

[Estratto dal discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005]

La mela di Turing e l’ipocrisia dei vincitori

“Immergi la mela nell’infuso,

fa’ che vi si insinui la Morte addormentata”

Il premio per aver salvato il mondo dal nazismo? Una condanna a morte. È possibile? Sì, se accade in una società ipocrita come quella occidentale degli anni Cinquanta. Sì, se parliamo di omosessualità. Sì, se parliamo di Alan Turing.

Stanno iniziando in questi giorni le celebrazioni e le commemorazioni per la Giornata della Memoria. Come ogni anno, i media di tutto il mondo ricordano – doverosamente – quel che fu l’Olocausto e lo sterminio di altre minoranze da parte del nazifascismo.

L’aspetto più interessante dal punto di vista storico ed emotivo rimangono sempre le storie. Storie di fughe, di salvezze, di perdite, di passioni. Storie. Storie piccole, grandi, insignificanti o importantissime. Quella di Alan Turing è proprio una di queste.

Tutti conoscono Turing come lo scienziato, il “papà” del computer, colui che gettò le basi teoriche e tecniche per la nascita e l’evoluzione della macchina che è stata l’antenata dei pc così come li conosciamo oggi. Meno noto è il contributo che ha fornito per la lotta al nazismo. Il film di Morten Tyldum, con protagonista Benedict Cumberbatch (celebre al pubblico per la serie televisiva Sherlock) lo riporta alla memoria: durante la Seconda guerra mondiale Turing diresse un gruppo di scienziati nel Regno Unito, a Bletchley Park, con lo scopo di decifrare Enigma, la macchina creata dai nazisti per criptare le comunicazioni militari. E ci riuscirà. Anticipare le mosse militari dei nazisti fu, secondo gli storici, fondamentale per vincere la guerra. E questo è uno dei primi aspetti che mette in evidenza il film, non da elogiare tanto per le qualità stilistiche ma per i temi che solleva.

Alan Turing in primo piano

Alan Turing in primo piano

Quando si pensa alla guerra, soprattutto alle guerre ‘di una volta’, si pensa a frotte di uomini che vanno a morire al fronte, dando la propria vita in nome di un ideale. Molto più spesso, invece, la guerra non è fatta che di informazioni arrivate prima o dopo, tattiche accuratamente elaborate in eleganti e aristocratici saloni da ufficiali che le armi non hanno proprio intenzione di prenderle in mano. La guerra vincente è fatta di spie, di tecnicismi, di chi ha l’arma più potente o veloce, di chi arriva prima. E questo il film su Turing ce lo mostra molto bene. I media trasmettono semplicemente la commedia dell’eroe inglese che arriva e uccide tutti, che vince perché è il più forte, il più grosso, il più coraggioso, quando invece spesso si tratta solo di maggiore arguzia o tattica militare, se la guerra si combatte ad armi pari.

Lo sbarco in Normandia

Lo sbarco in Normandia

Ma l’aspetto più sconvolgente della storia di Turing è la sua morte. Nel 1952 fu arrestato per omosessualità e fu costretto a dichiarare alla polizia il suo orientamento sessuale che nella liberale Inghilterra era ancora reato. Nel 1952. “Non scorgevo niente di male nelle mie azioni”, dichiarò. Invece della prigione, il patteggiamento fu una terapia di ormoni, ossia la castrazione chimica. Alan Turing, che aveva decrittato i codici nazisti e posto le basi per l’intelligenza artificiale, in breve tempo divenne impotente e si vide crescere il seno. Turing infatti scelse la castrazione chimica perché in prigione non sarebbe riuscito a lavorare ai suoi progetti e alle sue invenzioni. Ma non ci riuscì comunque del tutto, perché la “terapia” ormonale è anche una castrazione intellettiva, oltre che ovviamente uno snaturamento della personalità. Era braccato dai servizi segreti, ossessionati dalla preoccupazione che cedesse informazioni top secret – era obbligato al segreto militare e nessuno era a conoscenza del suo geniale lavoro – e pronti a perseguitare chiunque gli divenisse amico.

Il 7 giugno 1954 Turing immerse una mela nel cianuro e la morse. Si uccise. Ma è più giusto dire che fu la società che lui stesso aveva salvato, che lo uccise, e in uno dei modi più brutali immaginabili, ovvero inducendolo al suicidio dopo avergli tolto tutta la sua umanità, la sua essenza profonda, la sua bellezza. Viene da chiedersi in cosa esattamente la società inglese abbia differito, in questo aspetto, dal nazismo: i nazisti bruciavano gli omosessuali, gli inglesi li imprigionavano e li castravano.

Alan Turing Memorial, Sackville Park, Manchester

Alan Turing Memorial, Sackville Park, Manchester

Il primo ministro Gordon Brown ha chiesto pubblicamente scusa per quello che il governo britannico aveva fatto ad Alan Turing solo nel 2009, tra l’altro solo in seguito ad una petizione su internet. Tardiva anche la grazia postuma della regina Elisabetta, arrivata il 24 dicembre del 2013.

Il migliore onore che si potrebbe ora fare a Turing è leggere “Alan Turing. Storia di un Enigma“, il libro da cui è stato tratto il film e che tratta in modo approfondito la vita di Turing come uomo e scienziato. L’autore, Andrew Hodges, è un matematico che insegna a Oxford e ha collaborato per molti anni con Sir Roger Penrose allo sviluppo della “Teoria dei twistor”, un tentativo di unificare la meccanica quantistica con la relatività generale.

Le storie come quella di Turing continueranno sempre a essere raccontate… con la speranza che forse un giorno non ce ne sia più bisogno, con il desiderio che la parola ‘libertà’ non sia più solo uno slogan da vincitori di battaglie, ma un diritto appartenente ad ogni essere umano.

Le invasioni barbariche

Eutanasia: dal greco εὖ, Bene, e θάνατος, Morte. Morte tranquilla e naturale

Di eutanasia si è tanto, troppo discusso, soprattutto a sproposito e da chi crede di avere la verità in mano riguardo a dove finisca la vita e inizi la morte; questo film invece ne parla in modo discreto, senza mai nominare l’abusata parola. E’ stato girato tra Canada e Francia nel 2003 e diretto da Denys Arcand, ideale proseguimento de “Il declino dell’impero americano” , sempre dello stesso regista; viene narrata la vicenda di Rémy, un professore cinquantenne malato terminale, che invece di chiudersi in se stesso e compiangere ciò che va perdendo, ricorda e celebra ciò che ha avuto e continua ad avere: la vita. Si avvia così una rimpatriata di ricordi, oltre che di vecchi amici che tornano, o che forse sono sempre stati lì, senza farsi notare.

wallpaper-del-film-le-invasioni-barbariche-67665Nel corso del film c’è un ribaltamento degli stati delle cose, dove ciò che è immorale diventa giusto e salvifico, dove il vero amore non è solo quello coniugale, anzi forse cessa di esserlo proprio nel momento della sua legittimazione. E’ chiaro che per Rémy – che si definisce un “socialista voluttuoso” – la vita è stata prima di tutto un ‘sentire, cioè usare appieno i sensi: il gusto per sorseggiare un buon vino, la vista per leggere libri come “storia e utopia” di Cioran, il tatto per apprezzare la bellezza femminile e questi insieme agli altri per amare pienamente l’esistenza, guardando con sospetto ogni eccessiva razionalità e virtualità tipiche dell’uomo contemporaneo, incarnate queste nel figlio di Remy, Sébastien. E’ un giovane uomo con le solite certezze (famiglia, sicurezza economica, lavoro) che presto andranno a naufragare. E’ proprio quando si è più vicini alla morte che a volte paradossalmente la vita si fa sentire, ma certo qui non la si intende come un insieme di funzioni biologiche che non possono più sopperire al loro scopo, ma come un continuo flusso di azioni e pensieri che vanno vissuti usando non solo la mente ma anche e soprattutto il corpo. E Rémy con ironia e realismo sembra volerci dire proprio questo.

Ci sono delle cose che devo dirti…

936full-dead-poets-society-screenshot  “Mi dispiace, piccola, ci sono delle cose che devo dirti e mi restano solo pochi momenti. Mi dispiace per tutto quello che non potrò mai darti, non ti comprerò mai un hamburger gigante a quattro piani, niente supermega. Non ti farò mai sorridere. Volevo soltanto invecchiare insieme a te come due vecchie tartarughe che ridono contandosi le rughe insieme, al capolinea, sul lago del tuo dipinto, quello era il nostro Paradiso. Abbiamo molto da perdere: libri, pisolini, baci e litigi! Oh Dio ne abbiamo avuti di straordinari dei quali ti ringrazio e grazie per ogni gesto gentile. Grazie per i nostri figli, per la prima volta che li ho visti, per avermi sempre fatto sentire orgoglioso di te. Per la tua forza, per la tua dolcezza, per come eri e come sei, per come ho sempre desiderato toccarti, Dio eri tutta la mia vita! E ti chiedo scusa per tutte le volte che ho fallito con te, specialmente questa.”

Robin Williams, Al di là dei sogni

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Lost in translation

Siamo a Tokyo. Città ricca razionale ordinata tecnologica e precisa. Almeno apparentemente. Avvolti in questo mondo nipponico ci sono Bob e Charlotte.

Bob (Bill Murray) è il ritratto dell’infelicità e del vuoto. O, se vogliamo, di un’apparente felicità. Bob ha tutto, ma in realtà non ha niente. I soldi non fanno la felicità, non è un modo di dire. In questo vuoto, in questa città, trova un altro “vuoto”, Charlotte (Scarlett Johansson). Così persa e senza strada e senza motivi per vivere. Il marito, le amiche, non vedono il suo malessere e non percepiscono la sua necessità di ricerca di un senso. Solo Bob vede e capisce. Bob e Charlotte si vedono. E finalmente si trovano, e si parlano, e vivono, e la vita non sembra più così brutta e banale e senza senso.

lost_in_translation2Quello che c’è tra Bob e Charlotte è difficile da definire. Amore o amicizia? O qualcosa di ancora diverso?

Con Lost in Translation la regista Sofia Coppola ci mostra l’inutilità di qualsiasi definizione che cerca di voler inquadrare un sentimento, un trasporto verso un’altra persona. Ci sta dicendo “ehi tu che cerchi la felicità in un matrimonio, in un viaggio, nel denaro… non funziona così”, e ce lo dice con una delicata ironia che pervade tutto il film, dove uno dopo l’altro infila personaggi ben caratterizzati e definiti, che incrociano le vite dei due protagonisti.

Il film mostra una città divorata dall’urbanizzazione insensata, ma anche una realtà dove da qualche parte si nasconde la vita vera, o meglio l’autenticità. Così come per vedere il vero Giappone Charlotte deve uscire dalla città, dalle sale giochi, dai video pubblicitari, e trovarsi in mezzo alla natura e ai templi, così bisognerebbe uscire da se stessi prima, per poi ri-trovarsi. E tuttavia, riesce a emergere anche la magia della metropoli, perché la magia che sente Charlotte, capendo grazie all’incontro con Bob che non tutto è perduto, riesce a vederla anche fuori da sè.

Lost_in_Translation_235-3008101338596Uscire da se stessi non è nulla di stranoo new-age: significa liberarsi dai ruoli che interpretiamo, spesso costruiti benissimo addosso, ma molto limitanti. Così Bob non è solo un ricco attore cinquantenne con un matrimonio routinario. Charlotte ha da poco finito di fare l’università e non sa bene cosa fare della sua vita, forse perché ha capito il giochetto del ruolo, perché lo vede in Bob, che lo recita molto male, controvoglia, e per questo Bob strappa tanti sorrisi – anche un po’ malinconici – allo spettatore.

Bob e Charlotte si trovano. Si trovano e si amano, in un modo del tutto particolare che non comprende nessuno degli stereotipi che l’industria cinematografica occidentale ha da sempre appiccicato al concetto di amore.

Scarlett Johansson e Bill Murray in una scena del film

Colonna sonora consigliata: Air, My Bloody Valentine, The Jesus & Mary Chain

Melancholia

“Può darsi che non ci sia nessuna verità per cui provare un ardente desiderio,

ma che il desiderio di per se stesso è già vero”.  Lars Von Trier


Lo scrittore francese A. J. Pernety nel ‘Dictionnaire‘ che pubblicò nel 1758 scrive: “Melancolia significa putrefazione della materia, perché il colore nero ha qualcosa di triste, e perché l’umore del corpo umano chiamato melancolia è considerato come bile nera e cotta, che causa vapori tristi e lugubri”. Inoltre aggiunge che “la materia al nero degli alchimisti è chiamata anche ‘primo segno’ dell’opus poiché senza annerimento non ci sarà bianchezza”.

Ecco che il titolo del film in questo caso – e per fortuna non ne è stata fatta nessuna traduzione in italiano – diventa parte del film e ne spiega in parte il senso.

Un film sulla fine del mondo, ecco quello che può sembrare Melancholia. Invece è molto altro.

Ci sono Justine e Claire. Justine (Kirsten Dunst) neosposa, è alla sua festa di nozze organizzata dalla sorella nei minimi dettagli, insieme a tutti gli altri. Gli invitati, i genitori e i parenti. Anche lo sposo. Ma Justine non sembra interessata. Sente tutta la falsità, la pesantezza di quel rito, di quel suo doversi accomodare a un ruolo prestabilito.

Sullo sfondo Melancholia. Cos’è, una stella? Si chiede Justine. La terribile angoscia che la sovrasta, proprio come il pianeta che passerà vicino alla Terra, non riesce a essere né risolta, né capita dalla sorella Claire.

In questo mondo ovattato, una villa come luogo dell’azione, circondata dalla Natura, la quale gioca un ruolo niente affatto secondario. Niente altro di rilevante, sembra non esistere televisione, non esistono media.

Justine è la parte oscura. È la parte che non vede un senso, che si sente oppressa, che non riesce a vivere. A vivere questa vita, beninteso, cioè la vita di Claire.

Claire è la parte luminosa, razionale. È la donna che non sbaglia, socialmente inserita, che ha un ruolo, che sa cosa vuole e chi è. Finchè non arriva Melancholia.

Allora le parti si ribaltano, e tutto cambierà, per Justine e per Claire.

Il regista mostra tutte le possibili reazioni: nel ristretto gruppo di personaggi, c’è chi si affida alla scienza, chi alla magia, chi agli antidepressivi o al suicidio, svelando così in extremis la sua vera natura; perchè è nei momenti di disperazione che si svela veramente per quello che è l’animo umano. Ed è così che la depressione di Justine trova un senso nel tutto, in un mondo che non merita di essere salvato. Proprio così: niente spoiler, visto che Von Trier apre e chiude il film allo stesso modo, con la distruzione della Terra, divorata da questo grande Pac Man, il pianeta Melancholia.

La catastrofe non è in stile ‘armageddon’. Ci sono inquadrature e fotografia splendidi, citazionismi e omaggi al mondo dell’arte: indimenticabili e struggenti i primi minuti al ralenti, con il sottofondo del dramma musicale wagneriano Tristano e Isotta. Sicuramente qualcosa al di là del puro omaggio al compositore; si dice che nel Tristano Wagner abbia voluto “mettere in scena” la filosofia di Shopenauer. Scrisse che l’incontro con il grande filosofo gli aveva rivelato il “cordiale e sincero desiderio di morte, la piena incoscienza, la totale inesistenza, la scomparsa di tutti i sogni, unica e definitiva redenzione”. Proprio come l’atteggiamento di Justine verso la fine imminente.

Dunque nessuna scena violenta, di morte, o terrore… almeno quello fisico. Qui non c’è il solito presidente americano che tenta di rassicurare tutti, non c’è il solito eroe buono che salva il mondo. Di solito nei film di Lars von Trier non ci sono eroi. Anzi, ci sono personaggi anche molto cattivi, personaggi che sono schifosamente umani. Con i loro grumi di paure, di bassezze, di meschinità. Per questo i film di Lars Von Trier spesso non vengono accettati né compresi da chi si rifiuta di vedere tutto ciò prima in se stesso, e poi negli altri, e continua a recitare la commedia del buonismo a tutti i costi, anche a quello di recitare una parte, fino a sentirsi burattini sbattuti in una commedia mal scritta.

Infine, una grande domanda. La visione di questo immenso pianeta che collide con il nostro fino a farlo sparire, che Justine vede prima di tutti gli altri (è una stella?) e poi sempre più vicino… ci mette di nuovo di fronte alle nostre megalomanie umane, ai riti terrestri, ma soprattutto, se la Terra scompare… è la fine di tutto, o è la fine di tutto per noi? O meglio, la fine della materia significa la fine di tutto? E nonostante questo, può aver avuto un senso comunque? Lars Von Trier ci ha dato, in modo chiaro, la sua personale risposta. L’unica certezza che può dare questo film, è che che non esisterà mai posto abbastanza sicuro per nascondersi dall’Ignoto, da se stessi e da tutte queste domande che gli uomini continueranno a porsi, “poiché senza annerimento non ci sarà  bianchezza”.

Anche questa è violenza

Violenza sulle donne: prima di tutto vorrei solo far notare come gli uomini non ne parlino mai.

Poi, di come in realtà ci siano sotto-forme di violenza che non sempre si riconoscono.

Ogni volta che ti si dice dove andare o cosa devi fare, è violenza.

Ogni volta che ti dice come ti devi vestire o ti obbliga a vestirti in un certo modo, è violenza.

Ogni volta che fa battute degradanti, è violenza.

Ogni volta che ti ignora, è violenza.

Ogni volta che non tratta con rispetto le persone che ami, è violenza.

Ogni volta che finge, è violenza.

Ogni volta che è molto, troppo geloso, è violenza. Eccetera. La violenza purtroppo si manifesta in svariati e molteplici modi. Ogni volta che la nostra individualità e autostima è violata, siamo di fronte a violenza. C’è chi dirà, che la ‘colpa’ è delle donne. Ci proveranno sempre. Di solito diranno “tu non sei… devi essere…” ed è questa la più grande forma di violenza, provare a farti sentire sbagliata, provare a farti credere che quello è amore, affetto, provare, in una parola, a ingannarti. Ed è quella la parte più difficile di tutte, smettere di avere paura, e riconoscere di essere state vittime. E quando lo si capisce e lo si riconosce, allora si potrà iniziare a stare meglio, a fuggire la violenza e forse, infine, trasformare quello che era amore malato, prima in odio, poi in compassione.

Con un pensiero a tutte quelle donne che soffrono ma non ce la fanno o non possono parlare.

[Qua sotto, uno stralcio di un bellissimo film sul riscatto femminile, Il colore viola]

I’m poor, black, I might even be ugly, but dear God, I’m here. I’m here!

La dignità

L’inverno sembrava non avere una fine, e il branco moriva di fame. Il capobranco, il più vecchio di tutti, procedeva in testa e rassicurava i giovani dicendogli che presto sarebbe arrivata la primavera. Ma a un certo punto, un giovane lupo decise di fermarsi. Disse che ne aveva abbastanza del freddo e della fame, e che sarebbe andato a stare con gli uomini, perché la cosa importante era di restare vivo. Così il giovane si fece catturare, e col passare del tempo dimenticò di essere mai stato un lupo. Un giorno di molti anni dopo, mentre accompagnava il suo padrone a caccia, lui corse servile a raccogliere la preda; ma si rese conto che la preda era il vecchio capobranco. Divenne muto per la vergogna , ma il vecchio lupo parlò e gli disse così: “Io muoio felice perché ho vissuto la mia vita da lupo, tu invece non appartieni più al mondo dei lupi e non appartieni al mondo degli uomini”. La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più.

[nonno Kuzya racconta una storia a Kolima. Da Educazione Siberiana, di G.Salvatores]