Le invasioni barbariche

Eutanasia: dal greco εὖ, Bene, e θάνατος, Morte. Morte tranquilla e naturale

Di eutanasia si è tanto, troppo discusso, soprattutto a sproposito e da chi crede di avere la verità in mano riguardo a dove finisca la vita e inizi la morte; questo film invece ne parla in modo discreto, senza mai nominare l’abusata parola. E’ stato girato tra Canada e Francia nel 2003 e diretto da Denys Arcand, ideale proseguimento de “Il declino dell’impero americano” , sempre dello stesso regista; viene narrata la vicenda di Rémy, un professore cinquantenne malato terminale, che invece di chiudersi in se stesso e compiangere ciò che va perdendo, ricorda e celebra ciò che ha avuto e continua ad avere: la vita. Si avvia così una rimpatriata di ricordi, oltre che di vecchi amici che tornano, o che forse sono sempre stati lì, senza farsi notare.

wallpaper-del-film-le-invasioni-barbariche-67665Nel corso del film c’è un ribaltamento degli stati delle cose, dove ciò che è immorale diventa giusto e salvifico, dove il vero amore non è solo quello coniugale, anzi forse cessa di esserlo proprio nel momento della sua legittimazione. E’ chiaro che per Rémy – che si definisce un “socialista voluttuoso” – la vita è stata prima di tutto un ‘sentire, cioè usare appieno i sensi: il gusto per sorseggiare un buon vino, la vista per leggere libri come “storia e utopia” di Cioran, il tatto per apprezzare la bellezza femminile e questi insieme agli altri per amare pienamente l’esistenza, guardando con sospetto ogni eccessiva razionalità e virtualità tipiche dell’uomo contemporaneo, incarnate queste nel figlio di Remy, Sébastien. E’ un giovane uomo con le solite certezze (famiglia, sicurezza economica, lavoro) che presto andranno a naufragare. E’ proprio quando si è più vicini alla morte che a volte paradossalmente la vita si fa sentire, ma certo qui non la si intende come un insieme di funzioni biologiche che non possono più sopperire al loro scopo, ma come un continuo flusso di azioni e pensieri che vanno vissuti usando non solo la mente ma anche e soprattutto il corpo. E Rémy con ironia e realismo sembra volerci dire proprio questo.

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Il peso dell’ anima.

Così come ci si ‘scorda’ un po’ di avere un cuore, un fegato, una milza… in sostanza un corpo fisico finché non ci fa male, dandolo per scontato, così ci scordiamo di avere un’anima o come la vogliamo chiamare quella roba lì… quella roba che fa male e ci fa provare dolore non-fisico, senza essere un cuore, un fegato, uno stomaco… allora ce ne ricordiamo, che c’è ed esiste e fa parimenti male.

“Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c’è in 21 grammi, quanto va perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna?”

da 21 Grams, di A. Iñárritu