Le cose importanti

robin-garnier-1146148-unsplashPagare le bollette

avere un lavoro

trovare casa

essere in regola con il mutuo

andare in palestra

fare sesso

fare figli

mostrarsi felici

oppure anche tuttavia

cercare un prato di erba bagnata dopo il temporale

disegnare un labirinto

guardare i suoi occhi

anche quando sorride al pavimento –

nutrire gli animali

restaurare un mobile antico

essere per se stessi importanti

abbracciarti sempre prima di andare via

prendere i treni regionali

e parlare con il vicino –

cercare le foto da piccolo con i tuoi genitori

e farne di nuove adesso

e poi appenderle vicine –

guardare le stelle e le nuvole

ogni sera prima di andare a dormire –

toccarti senza chiedere il permesso

cercare di fare qualcosa di nuovo

ogni giorno –

baciarti solo per toglierti

la schiuma del cappuccino –

tutto ciò mica appare

negli annunci di Linkedin

non lo mette nessuno nel curriculum

vicino alle lingue parlate

eppure io oggi vorrei solo

prendere la metro di Parigi

portarti al Musée d’Orsay

e farti arrossire

di rosso Chagall.

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La notte calma

Non è mai abbastanza

Quello che sei

Quello che pensi

Quello che fai

Dicono.

Potrebbe essere tutto meglio

Di così

Dicono.

Invece tu ti accontenti

Di due parole scritte sul muro

Del tepore dolce delle sue mani

Dell’acqua lenta che scappa dai vetri

Delle alte e basse frequenze

Dei colori

Di leccar via la goccia di miele

Rimasta sul piatto

Dell’odore di libri antichi

E del lento sbocciar di un’orchidea

Vagabonda.

Che sciocca che sei

Che ti accontenti così

Dei suoi sorrisi nascosti

Dei tuoi tremori indecisi

Del sangue che pulsa forte

Della nocciola croccante

In mezzo ai denti

Delle parole che si intrecciano

Dalla lingua del mondo

E della notte calma.

Quello che lascerò.

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Quello che lascerò

non saranno oggetti

né case

non sarà oro

io lascerò parole

le parole più dolci

per chi ho saputo amare

quelle più pungenti

per chi mi ha deluso

le più combattive perché

volevo cambiare qualcosa

fosse anche il fruscìo di una foglia

sull’albero.

Quello che lascerò

non saranno le parole violentate e imbruttite

dal mercato e dal capitale

saranno le parole

che qualcuno avrebbe voluto

sentirmi pronunciare

sono le parole

che ho scritto solo per me

e che un giorno qualcuno troverà.

Quello che lascerò

è la mia vita

fatta dalle mie parole.

Quello che lascerò

sarà un gatto addormentato

sui miei quaderni,

vigile guardiano

di tutto il mio mondo.

Il valore di un giorno

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Ogni tanto ascolto persone che vorrebbero essere da una parte, invece sono da un’altra.

Tutti i giorni ascolto storie di insoddisfazioni. Grandi, piccole, frequenti, per colpa di altri, per colpa della vita. Quasi sempre la colpa è degli altri e della vita.

Poi mi chiedo: anche io sono così? Anche io lascio passare i giorni cercando sempre qualcosa di migliore, di più bello, di più completo? Sì, anche io.

I filosofi hanno da sempre fatto ammonimenti sullo scorrere del tempo, su quanto sia importante cogliere il presente, vivere il momento. È quasi imbarazzante per quanto è banale, eppure è così. Il presente è l’unica cosa che ci è dato vivere, e noi lo sprechiamo giorno dopo giorno. Il presente. La vita.

Non sempre, è vero, non volontariamente. Ma c’è un momento in cui questo tempo si spreca di più, e come in tutte le cose lo spreco avviene quando c’è abbondanza: in gioventù.

Quando abbiamo tanto di quel tempo davanti che non sappiamo che farcene, proprio lì lo gettiamo via come nulla fosse: in attività di poca importanza, che non ci entusiasmano, lo buttiamo in relazioni che non ci rendono felici o seguendo percorsi di studio o professionali che non ci appartengono. Dicendo che prima o poi quella cosa la faremo. Poi, alla fine, il tempo è passato e ci accorgiamo che non è un’illusione. Che passa davvero come dicono, il tempo. Che niente rimane immutato.

Io penso spesso al tempo. Pur sciupandolo anche io, pur deridendolo, pur credendo che non mi serva. Ed è stato proprio il tempo tuttavia che mi ha fatto capire alcune cose, che non sempre metto in pratica, anzi, e proprio per questo ho deciso di scrivere, sperando in modo presuntuoso che siano magari utili anche ad altri. Saranno forse pensieri banali o già sentiti, però sono miei.

Non esiste un momento giusto. Il momento giusto è quando lo vuoi fare. Mille scuse per tutto ciò che non vuoi fare. Mille giustificazioni. In realtà, sono tutte scuse che ci diamo per mancanza di coraggio.

Le cose piccole sono importanti. Il lavoro, la famiglia, la casa, il successo. Sì va bene. Ognuno ha i suoi obiettivi da raggiungere, ma non è tutto lì, anzi. La felicità sta nelle cose piccole e raggiungibili, che ci circondano tutti i giorni, ma che siamo troppo distratti da altro per vedere.

La gratitudine. Questa sconosciuta. L’essere umano è fatto così: pensa solo a quello che non ha, poco a quello che ha oppure è. Non credo serva aggiungere altro.

Gli altri ci feriranno. Ci deluderanno, ci tratteranno male. A volte lo faremo anche noi con loro. Questo è alla base della vita. Lo dobbiamo semplicemente accettare, senza permettere che abbiano tutto questo potere su di noi.

La fantasia. Gli uomini hanno da sempre creato realtà alternative per permettersi di affrontare la realtà. Miti, favole, leggende permeano la storia dell’uomo. Esse sono vitali quanto il cibo, perché nutrono il nostro mondo interiore, che non ha meno valore di quello materiale. La realtà ci annoia, per questo abbiamo la fantasia. Usiamola.

Le illusioni. A volte crediamo che qualcosa ci possa rendere felici. Un lavoro, un bambino, un qualsiasi obiettivo materiale. Quando lo raggiungiamo poi scopriamo che non è così. Semplicemente, siamo fatti per desiderare e cercare qualcosa di costantemente nuovo. E’ molto pericoloso, perché se da una parte è questa la spinta che porta a un miglioramento dell’essere umano, dall’altra non fa che alimentare un incubo contemporaneo, l’insoddisfazione. Un mostro che fa sentire inadeguati e scontenti sempre e comunque. Una volta che si ha questa consapevolezza, che si sa quanto questo meccanismo, anche a livello mediatico, è instillato dentro, è più facile da affrontare. Non dico più semplice. Ma sappiamo come funziona, e possiamo quindi agire di conseguenza.

Infine…

La consapevolezza. Sapere quello che si sta facendo e perché. Essere presenti alle azioni, alla vita. Vissuta attivamente, o subita, poco importa. L’importante è non rifiutare il sentire, ma chiedersi il perché e interrogarsi continuamente su ciò che facciamo.

Tre giorni a primavera

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Mancano

Tre giorni a primavera

L’ape rispolvera l’atlante dei fiori

In partenza per nuovi viaggi.

Il fiore è già sbocciato

Era il più impaziente.

Le gemme vengono messe in fila

Sui rami degli alberi

La terra è sbronza d’acqua

E si diverte pensando

Ai giochi

Dei suoi nuovi ospiti vegetali

La rondine fa le valigie

La tartaruga smetterà di sognare

Ci sono anche i falò

Che crepitano nella notte oscura

Tra le grida ancestrali dei vecchi rami

Ormai morti e dimenticati

 

Solo tu

Non ti prepari a nulla

E neanche io

Perché sappiamo entrambi

Che non finisce qui l’inverno.

I dettagli che non ti ho detto

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Scusa.

Sono stata superficiale.

Non ti ho mai raccontato

il rosso sbiadito della coccinella in visita

il libro ammuffito sul mio comodino

il campo da basket circondato dagli alberi

dei miei quattordici anni

la ghianda che ho piantato

– la devo andare a trovare –

 

Scusa,

ero distratta.

Non ti ho mai raccontato

i fiori porpora della Scozia

il vento forte dell’Atlantico

l’Earl Grey con il latte

e il pane croccante catalano

le cattedrali gotiche al tramonto.

 

 

Non ti ho mai detto

che mi mancano i miei capelli blu

che ogni presente è un passato sopravvissuto

che i miei sogni me li dimentico sempre

in fondo al cassetto

che scambio il caso per opportunità

che disfo i tappeti di foglie

che quando trovo una moneta la raccolgo

che ho conosciuto un camaleonte

e un pipistrello

che scarto il bordo della pizza

che calpesto le pozzanghere

e che non credo in Dio

ma mi piacciono le costellazioni

perché sono le uniche

che posso portare con me

sotto ogni cielo.

 

 

 

15 buoni propositi non convenzionali

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Come tutti gli inizi, anche il primo giorno dell’anno è carico di aspettative, iniziative, progetti, i cosiddetti “buoni propositi”, scritti in bella calligrafia su qualche quaderno, lista, diario.

I buoni propositi di solito durano il tempo di scriverli, il perché è facile da capire: sono troppi, sono difficili, sono astratti, non sono mossi da vera forza di volontà. A questo punto sarebbe molto più utile chiederci cosa vogliamo davvero e perché lo vogliamo, e forse allora riusciremo a realizzare qualcosa.

Nel frattempo, io ho stilato la mia lista di buoni propositi: l’ho scritta in occasione di un reading presso la Libroteca Treesessanta, ma la ripropongo qui perché mi sembra ancora attuale, sperando che possa ispirare qualche altro proposito non convenzionale.

Buon Anno!

 

Da domani sorrido di più perché c’è sempre qualcuno o qualcosa per cui vale la pena sorridere.

Da domani quando mi sveglio dò il buongiorno all’albero di fronte a casa.

Da domani inizio la dieta: tre abbondanti cucchiai di fiducia a colazione, ottanta grammi di ironia a pranzo, risate tutte le volte dopocena. Abbracci in quantità illimitata.

Da domani prima di andare a dormire guarderò sempre le stelle e cercherò le costellazioni per ricordarmi che quello che noi crediamo ancora presente in realtà se n’è già andato via da tempo ma noi non lo sappiamo… e forse è giusto così.

Da domani inizio a risparmiare: giudizio e critica da tirar fuori raramente e sguardi intensi per chi li sa ricambiare.

Da domani inizio palestra: un libro da leggere almeno tre volte a settimana, un film almeno ogni due sere, e tutti i giorni cinque minuti di poesia; per quest’ultima basterebbe guardare più spesso fuori dalla finestra.

Da domani più beneficienza e solidarietà: più sorrisi ai timidi, più baci a sorpresa, più tempo da regalare a chi ne ha bisogno.

Da domani riordino tutto quel che ho in casa: nell’immondizia le scatole del rancore, differenziare invidia e gelosia e metterli negli appositi bidoni, dare a chi ha bisogno le buone intenzioni che non ho mai indossato, e i buoni propositi che non ho messo in pratica, in soffitta il passato, nel camino i pensieri inutili, spolverare tutti i bei ricordi.

Da domani più risparmio energetico: semplificare il difficile, rimuovere l’inutile, staccare le spine dei rapporti che vegetano, spegnere la mente quando non serve.

Da domani nuovi hobby: cucire insieme le persone affini, leggere i pensieri che non si dicono, dipingere dal vero le situazioni che vorrei vivere.

Da domani viaggio di più: i miei sogni li voglio vivere da sveglia.

Da domani sarò più precisa: con la mia luce interiore che gli altri vedono, iniziare a cercare quelle due o tre chiavi smarrite da tempo.

Da domani ascolto nuova musica: i passi della gente poco prima di entrare in un bar, le gocce di pioggia sui tetti, le matite che colorano sul foglio, il vento prima del temporale, il mio respiro calmo, il vino che scivola via leggero dalla bottiglia dopo anni di sonno.

Da domani sarò più puntuale: esaudirò in tempo le legittime richieste d’amore, niente più baci a scoppio ritardato o lasciati sospesi a mezza guancia.

Da domani cambio look: più rosso, meno nero. Soprattutto sul viso.

Da domani non farò mai più liste di buoni propositi, se rispetterò questa non credo ne avrò ancora bisogno.

 

Il mestiere di scrivere

scrivere

Scrivere. In tanti scrivono ma in pochi si interrogano sul cosa e sul perché.

Qua è tanto che non scrivo, su questo minuscolo blog, tanto che non sento una reale necessità di farlo. Eppure mi dovrebbe venire naturale, forse dovrei sentire un impulso irrefrenabile, invece no. Pare che scrivere, così come conferma qualche grande scrittore che di certo ne capisce qualcosa, richieda estremo sforzo e fatica. Alcuni se lo impongono tutti i giorni, di scrivere, sennò si perde l’abitudine, come quando non si corre per un po’, poi ricominciare è un disastro. Infatti.

Scrivere. Doveva essere il mio lavoro. In effetti lo è ancora, in una forma un po’ diversa. Il giornalismo come lo concepisco io è qualcosa per menti e cuori forti, e spesso anche il contrario. E’ una battaglia dove vendi e ti vendi.

Scrivere. Da adolescente volevo scrivere per cambiare il mondo. Un po’ ci credevo davvero. Ero arrabbiata con lui – il mondo – e lo sono tuttora. Ero arrabbiata con le persone che non capivano che tutto stava andando in rovina, per colpa nostra, per colpa degli esseri umani. La cosa che mi è sempre piaciuta e mi piace dello scrivere è riuscire a parlare anche per gli altri. Esprimere quello che altri non riescono o non possono dire. E’ frequentissimo, sia l’uno che l’altro caso. Chi non riesce a scrivere può avere tanti altri doni, ma la lingua arriva con certezza e puntigliosa precisione dove deve colpire. Chi non può scrivere spesso è vincolato. Dalla politica, dalla paura, dalla convenienza, dalla religione, dall’ipocrisia di voler apparire una persona perbene. Vincoli questi, che non ho mai avuto. Non sono nessuno, non ho niente da perdere, ma per fortuna ciò implica ciò che molti continueranno solo a sognare: la libertà di esprimersi.

Scrivere. Per me è fermare il tempo, è mettere un punto, recuperare i fili ingarbugliati di una mente sempre troppo agitata. Scrivere è un foglio bianco, è ricominciare da capo ogni volta. O avere l’illusione di farlo. E’ rompere le regole perché le conosci.

Scrivere. Si scrive sempre per qualcuno. Nel peggiore casi per se stessi. Ogni volta c’è un messaggio nella bottiglia lanciato al mondo.

Il silenzio.

Tutti hanno sempre qualcosa da dire. Tutti dicono la cosa giusta. Difficilmente uno scrive pensando di sbagliare, o di essere noioso o inutile. Dicono che in Italia ci sono tanti scrittori e poeti ma pochi lettori. E’ la stessa ragione per cui si vuole sempre parlare ma poco ascoltare. Oggi si scrive tutto sui social, più si scrive, più non è successo niente.

Quando ti accade qualcosa di davvero sconvolgente, positivo o negativo, ti serve solo silenzio, per pensare, elaborare, capire, altrimenti quello che butti fuori è solo vuoto rabbioso e senza senso.

20 motivi per cui vale la pena leggere ancora Pasolini

Il 2 novembre 1975 veniva assassinato Pier Paolo Pasolini. Senza fare ancora una volta retorica nostalgica, ecco 20 motivi per cui vale la pena leggere i suoi scritti oggi

  1. Per capire perché ci sono ancora gli omicidi di Stato
  2. Per capire perché gli omicidi di Stato rimangono sempre impuniti
  3. Perché a scuola non lo faranno mai studiare
  4. Per non far estinguere le lucciole, almeno nella fantasia
  5. Per chi crede nella Bellezza
  6. Per capire qual è il vero pericolo per la democrazia in Italia
  7. Per riconoscere il fascismo nei gesti e nelle parole, non nei partiti
  8. Per capire cos’è il Potere
  9. Per ricordarsi cos’è il vero cristianesimo
  10. Per capire perché si dice che destra e sinistra sono uguali
  11. Per capire che è l’antica cultura contadina ad aver costruito l’Italia
  12. Perché lui già parlava di decrescita e di insensato sviluppo
  13. Per capire che chi comanda veramente non è la politica
  14. Per chiedersi quali sono i capri espiatori e chi i veri colpevoli
  15. Per avere il coraggio di esprimere sempre le proprie idee
  16. Per acquisire consapevolezza dei mutamenti antropologici causati dai media
  17. Per capire quando la violenza deriva da una frustrazione sociale e dal vuoto
  18. Per essere consapevoli del potere manipolatorio del linguaggio
  19. Per non rendere inutile la sua morte
  20. Ognuno troverà poi ha un suo personale motivo per leggerlo, amarlo, e anche odiarlo; il mio motivo è che ogni volta che lo leggo ricevo uno schiaffo contro quel sedimento di indifferenza nei confronti di altri al di fuori di me, quell’indifferenza che come la polvere tenta di albergare nel cuore di ogni uomo ancora e ancora; quell’indifferenza che ci fa egoisti e ciechi di fronte ai cambiamenti, che ci fa voltare la testa dall’altra parte. Leggere Pasolini significare scegliere di guardare in faccia non chi ha la verità, ma chi ci mostra una via per cercarla.
Pier Paolo Pasolini e Maria Callas

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas

Donne in rinascita

Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita.

Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta.

Che uno dice: è finita. No, finita mai, per una donna.

Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.

Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti dà la morte o la malattia.

Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola.

Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare.

Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai. E sei tu che lo fai durare.

Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita.

Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.

Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto.

Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: “Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così”.

E il cielo si abbassa di un altro palmo. Oppure con quel ragazzo che ami alla follia.

In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima; ed è passato tanto tempo, ce ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.

Comunque sia andata, ora sei qui e so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento.

Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine.

Ed è stata crisi. E hai pianto. Dio quanto piangete!

Avete una sorgente d’acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino.

Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo. E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia ti asciugasse le guance? E poi hai scavato, hai parlato. Quanto parlate, ragazze!

Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore. “Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?” Se lo sono chiesto tutte.

E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli.

Un puzzle inestricabile. Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?

E’ da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.

Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te.

Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa.

Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa.

Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.

Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel.

Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va, va in corsa.

E’ un’avventura, ricostruire se stesse. La più grande.

Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli.

Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo.

Perché tutti devono capire e vedere: “Attenti: il cantiere è aperto.

Stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse”.

Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia.

Per chi la incontra e per se stessa.

È la primavera a novembre. Quando meno te l’aspetti.

Jack Folla, Donne in rinascita

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