“Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”

Da inizio aprile si è interrotta la mia collaborazione presso il quotidiano L’Informazione di San Marino. Mi sembra giusto comunicarlo pubblicamente, senza dover ripetere a più persone tante volte la stessa cosa. E’ anche vero che sono ormai due settimane che non scrivo più sul giornale, ma pare che nessuno se ne sia accorto. Eppure qualche articolo l’ho firmato, in quasi due anni. Dico questo senza amarezza né rancori né senza avercela con nessuno, perché il punto non sono io… il punto è che la gente non li legge più, i giornali.

Un veloce titolo da scorrere sull’Ipad, due righe mentre si è in coda al supermercato, ed ecco che ci siamo fatti la nostra idea precisa del mondo. L’informazione usa e getta va alla grande. Il risultato è la produzione di idee usa e getta, anche. Buone per il tempo di un caffè, o per andare a nutrire con il cucchiaino un dibattito politico agonizzante, o i nostri pregiudizi personali. Perché chi non legge abbastanza non sa abbastanza, e se non sa abbastanza non è in grado di formulare idee e progetti in grado di affrontare i complessi problemi sociali, etici, culturali. Che si tratti di cartaceo o web. Quello che manca veramente sono poi gli approfondimenti. Per questi occorre spazio (quindi un blog o un sito sono certamente poco adatti) e tempo (per cui i due minuti liberi tra una commissione e l’altra non lo consentono). Ed è qui che risiede il valore aggiunto di un lungo articolo, o di un libro. Spiegare i meccanismi complessi e approfondire. Cosa impossibile per altri media quali radio, tv, e molto difficile per il web, perché in quest’ultimo il livello di attenzione crolla dopo poco tempo, diluito in altri mille stimoli visivi. Oltre questo, le considerazioni personali sulla mia vita ed esperienza lavorativa rimangono personali e non le scriverò certo qui. Concludo con questa riflessione: circa 2500 anni fa, Aristotele disse che ogni popolo ha i governanti che si merita. E anche i giornali che si merita, mi sento di aggiungere.

Continuerò sempre a scrivere quanto mi va di condividere con un pubblico, qui sul mio blog L’Ippogrifo.

Grazie a tutte quelle persone che mi hanno apprezzato e incoraggiato fin dall’inizio, con cui condividerò ancora parole, pensieri e bellezza, e alle nuove che certamente ci saranno.

“Ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!” F. Guccini

…E il silenzio è uguale a morte

“Io sono uno
che non nasconde le sue idee, questo è vero
perché non mi piacciono quelli
che vogliono andar d’accordo con tutti
e che cambiano ogni volta bandiera
per tirare a campare.”

Luigi Tenco, Io sono uno

 [Questo scritto è stato pubblicato nel n. 54 della rivista mensile Il Don Chisciotte a giugno 2012. Ora Angela Venturini non è più consigliere, ma credo che, allo stato dei fatti, sia l’unico elemento che è mutato]

“Mi fa specie sentire che i giovani non vogliono cercare un lavoro perché non c’è. Se guardano bene in giro c’è, anche se non collima con il proprio curriculum. Occorre voglia, umiltà e fantasia. Ragazzi svegliatevi”.

Queste, per chi non le avesse lette, sono le parole pronunciate dal consigliere Angela Venturini durante una seduta consiliare, e pubblicate sui quotidiani a partire dalla scorsa domenica, il 27 maggio. A seguito di queste dichiarazioni, decine sono state le lettere di giovani e meno giovani inviate ai giornali, lettere infuocate e arrabbiate, sovente di laureati che, non trovando impieghi consoni al loro percorso di studi, se ne sono andati all’estero, svolgendo mansioni umilissime. Ragazzi tutt’altro che pigri, insomma.

Le repliche alla sig.ra Angela Venturini sono state legittime e giuste, tuttavia credo che il problema stia anche nella definizione del concetto di lavoro, ormai diverso per ogni persona. C’è chi il lavoro lo intende come mera vendita di tempo in cambio di soldi, per sopravvivere. Chi lo intende come vendita di tempo in cambio di soldi non per sopravvivere ma per comprarsi vestiti, viaggi e quant’altro (a cibo, bollette, casa pensano mamma e papà). C’è chi lo intende come attività svolta per realizzare le proprie passioni e interessi, non per forza in cambio di denaro. C’è il lavoro di chi vanga i campi e gestisce un’abitazione e una famiglia, di solito svolto da pensionati e non considerato un lavoro. C’è chi intende lavoro i tirocini e gli stage di formazione, che spesso non sono lavoro ma semplice sfruttamento. C’è il lavoro delle colf e delle badanti, che ancora viene considerato (forse ancora per poco tempo?) un’esclusiva da lasciar svolgere a signore russe e romene.

Di quale tipo di lavoro si parla allora? Bisogna specificare, e ci potrebbero essere più verità, non solo una. I giovani pigri? Forse saranno una minoranza, e fanno montare la rabbia le parole di certi politici sprovveduti. Eppure io so di ragazzi che, cercando lavori stagionali, non li trovano perché è richiesto di lavorare il sabato, la domenica e i festivi. E non si può accettare, perché il sabato sera e ferragosto si deve uscire. So di ragazzi che fanno lavori umili e faticosi, come il muratore, ma usano tutto lo stipendio per macchine, vestiti e altri beni di lusso, rifuggendo l’indipendenza economica e l’autonomia finché c’è la famigliola alle spalle. So di genitori che accompagnano i figli a trovare lavoro… attività evidentemente che non hanno mai fatto da soli o che non sanno fare (di nuovo, forse per mancanza di bisogno?). Forse sono pochi, ma ci sono. Oltre, tutti gli altri che si adeguano ai lavori più disparati, alle condizioni di lavoro più dure. Ma è giusto? È legittimo piegarsi al mercato?

Io non credo. Non credo perché, se seguiamo la logica della concorrenza e del libero mercato, dobbiamo anche noi vedere erosi i nostri diritti civili e sociali, come in tante altre parti del mondo? Il lavoro manca anche perché c’è una decentralizzazione della produzione, per cui la cosa che facevamo noi prima a 1000 euro al mese la fa un cinese a 100 euro o meno lavorando il doppio delle ore. In queste situazioni, cosa deve fare una persona? Direi che adattarsi alle nuove condizioni di lavoro non è sempre il caso. Non si può. Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Per cui, io mi rifiuto di dire che “faccio uno stage” quando invece “lavoro gratis”. Mi rifiuto di accettare una paga irrisoria per un lavoro di 9 ore giornaliere. Mi rifiuto di fare “tirocini” di due anni rinunciando a una vita, a uno stipendio, eccetera eccetera…in cambio di niente, se non la cosiddetta “esperienza”. Mi rifiuto di svolgere mansioni umilianti e/o degradanti, non confacenti alla mia etica personale (già, signora Venturini, non tutti i lavori offerti sono onesti e in regola, sa?). E queste persone come le vogliamo chiamare, pigre o con un senso della dignità e di rispetto per se stessi?

50x70-checkoutIl lavoro si interfaccia con altre e numerose variabili sociali che vanno tenute in considerazione, e che vanno comprese e studiate. I posti di lavoro che esistono in questo momento molto spesso fanno rima con erosione di diritti, condizioni al limite dello sfruttamento, discriminazione anagrafica e sessuale (per chi ha più di 30 anni ed è donna soprattutto) a volte anche di nazionalità.

C’è poi un’altra categoria di persone, ovvero quelle disposte a mettersi a pecorina e ad inchinarsi, pur di avere un posto o migliorare di livello. C’è chi lecca culi dalla mattina alla sera; chi fa il rivoluzionario intellettuale e poi prende la busta paga del politico di turno; c’è chi se ne sta zitto e muto anche se vede le peggio cose, perché poi perderebbe il posto; c’è chi, pur di aumentare il suo stipendio, traffica con mafiosi e ‘ndranghetisti. C’è chi è pronto a vendere il proprio corpo, la propria mente, la propria dignità, per mangiare o peggio, avendo i soldi per mangiare, per concedersi una vacanza all’anno o il macchinone. Finché ci sarà un discreto numero di questi soggetti, sarà impossibile lottare tutti insieme per pretendere ed esigere più diritti. L’esempio che faccio sempre è quello degli stage: finché ci saranno ragazzi disposti a lavorare gratis – senza esigere nemmeno un rimborso spese o dei buoni pasto – pur di entrare in un’azienda (anche se poi verranno mandati via dopo qualche mese senza garanzia di assunzione) e senza nemmeno rendere pubbliche le condizioni alle quali stanno, non si riuscirà mai ad ottenere qualcosa in questo senso. Ci sarà qualcun altro che sarà pronto a immolarsi alla “causa” nella speranza di una futura assunzione. E così certe aziende e certi imprenditori avranno il coltello sempre dalla parte del manico.

Dopo le recenti lettere ai giornali contro il capro espiatorio di turno, la sig.ra Angela Venturini, cosa faremo? Ognuno torna alla propria vita e agli affari suoi, come usa qui a San Marino, o lo prendiamo come motivo per incazzarci seriamente?

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Quando è ora di fare qualcosa, quando è ora di agire, diciamoci la verità…ognuno si fa i ca..i suoi! Io ho partecipato a diverse riunioni, a diverse associazioni, movimenti, iniziative e quant’altro… Ci sono sempre i soliti. Ragazzi…dove siete tutti? Le poche persone (se raffrontate al numero totale della popolazione giovanile) che hanno scritto ai giornali sono le stesse che hanno come me provato a fare qualcosa… e gli altri migliaia di giovani che in teoria, qualcuno dice, anche loro la pensano così, dove sono?  È questo silenzio, questa omertà che uccide… perché ci vogliono divisi, e separati, e ci vogliono prendere per la gola con un posto di lavoro sicuro, o con un favore personale: non facciamoci comprare! Se la generazione che ci ha cresciuto è vissuta a forza di scambi di voti, di favoritismi e via dicendo, noi dobbiamo avere la forza e il coraggio di dire NO!

E, per favore, non accomodatevi nei vecchi partiti politici…chiunque c’è entrato con buone intenzioni ne è uscito deluso. Chi rimane, lo fa a forza di compromessi, o per altro interesse.

Che dire poi delle varie definizioni tipo “destra” e “sinistra”? Non è proprio vero che non esistono più, ma esistono i loro fantocci. La destra, è quella di chi se ne strafotte di tutti e tutto per badare solo al proprio arricchimento personale danneggiando la comunità, il welfare e tutto ciò che è pubblico, spesso servendosi di un altro bel fantoccio, la religione cattolica in particolare i vertici delle sue organizzazioni, che presta il fianco a simili personaggi, e continua a dogmatizzare e manipolare i credenti in buona fede. Il fantoccio della sinistra è ancora peggio, perché nascondendosi dietro a un finto buonismo e populismo a favore dei più deboli, dando un colpo al cerchio, uno alla botte, e uno al portafoglio, ha completamente perso di vista i valori originari e fondanti che la crearono, e ora, -in procinto di affondare miseramente- cerca di raffazzonare qua e là nascenti movimenti, partitucoli, imprenditori, operai, completamente presa dalla disperazione di un’imminente fine.

Cara classe dirigente, non basterà qualche assestamento al programma politico sulla carta, qualche ‘repulisti’ qua e là, per farci dimenticare tutto. A volte si è silenti, ma silenziosamente vediamo. Sentiamo. Siamo qui. 

E attenzione mi rivolgo anche a voi, alcuni dei giovani “vecchi” rampanti che frequentate partiti e organizzazioni verticistiche in attesa di scalate al Potere. Io non credo nella bontà della gioventù a prescindere. Noi vi osserviamo. Sappiamo quello che fate e dove andate. Siamo silenti, spesso, ma in giro non ci facciamo prendere. C’è chi preferirebbe morire di fame piuttosto che andare a leccare culi o a elemosinare o avere che fare con certa gente… e questa è una delle più grandi forze, che tanti (giovani e vecchi) a San Marino non hanno mai conosciuto, non sanno nemmeno cos’è: la dignità.

A me non interessa proprio per niente prendermela con una singola persona o stare dietro alle corbellerie – tra l’altro mal scritte – che ogni giorno leggo su giornali e social network da personaggi di ogni genere. No… perché dopo ogni boutade, dopo ogni vicenda, ce ne sarà un’altra.. e intanto, c’è chi in silenzio continua a lavorare nell’ombra. Magari è più furbo, meno sprovveduto, e non si metterà a dire che i giovani sono pigri: anzi! Un giovane significa un futuro voto. Dirà “bravi giovani, bene giovani, voi siete il futuro!” e intanto ci avrà già ingannato. No, questa volta non sarà così.

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PS. Vorrei comunque ringraziare il consigliere Angela Venturini… ha avuto il merito, con le sue infelici parole, di svegliare e far levare qualche nuova voce dal silenzio, perché non dimentichiamo che sempre l’ ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte”. (F. Guccini).

La leggenda della luna piena

 

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In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.

In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve. Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:

– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’? –
– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! – rispose il lupo.

La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.

– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena. Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio.

Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione. Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.

I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.

Leggenda indiana

Anche questa è violenza

Violenza sulle donne: prima di tutto vorrei solo far notare come gli uomini non ne parlino mai.

Poi, di come in realtà ci siano sotto-forme di violenza che non sempre si riconoscono.

Ogni volta che ti si dice dove andare o cosa devi fare, è violenza.

Ogni volta che ti dice come ti devi vestire o ti obbliga a vestirti in un certo modo, è violenza.

Ogni volta che fa battute degradanti, è violenza.

Ogni volta che ti ignora, è violenza.

Ogni volta che non tratta con rispetto le persone che ami, è violenza.

Ogni volta che finge, è violenza.

Ogni volta che è molto, troppo geloso, è violenza. Eccetera. La violenza purtroppo si manifesta in svariati e molteplici modi. Ogni volta che la nostra individualità e autostima è violata, siamo di fronte a violenza. C’è chi dirà, che la ‘colpa’ è delle donne. Ci proveranno sempre. Di solito diranno “tu non sei… devi essere…” ed è questa la più grande forma di violenza, provare a farti sentire sbagliata, provare a farti credere che quello è amore, affetto, provare, in una parola, a ingannarti. Ed è quella la parte più difficile di tutte, smettere di avere paura, e riconoscere di essere state vittime. E quando lo si capisce e lo si riconosce, allora si potrà iniziare a stare meglio, a fuggire la violenza e forse, infine, trasformare quello che era amore malato, prima in odio, poi in compassione.

Con un pensiero a tutte quelle donne che soffrono ma non ce la fanno o non possono parlare.

[Qua sotto, uno stralcio di un bellissimo film sul riscatto femminile, Il colore viola]

I’m poor, black, I might even be ugly, but dear God, I’m here. I’m here!

Di rivolta in rivolta

La rivolta sociale viene oggi invocata da più parti, è qualcosa che qualcuno teme, è un termine che fa paura. Fa paura perché spesso coincide con la massima espressione di rabbia e violenza non di persone qualsiasi, ma di persone che per anni e anni, parafrasando Thoreau, hanno vissuto un’esistenza di quieta disperazione.

Quando le dinamiche prima individuali e poi sociali di sfruttamento e oppressione, anche psicologica, raggiungono un certo limite, poi esplodono o implodono in qualche modo. Se implodono, ormai lo fanno quasi solo all’interno della psiche, rigettando la realtà, con l’isolamento, la depressione, l’autolesionismo di qualsiasi tipo. Se esplodono, ormai più raramente, lo fanno fuori, ma in modo eclatante, ed allora lì accade qualcosa del tutto insolito, qualcosa di ‘deviato’.

La protesta cosiddetta ‘pacifica’, non è altro che una delle forme di rispondenza alle norme sociali, per cui il sistema sociale è creato. La violazione della norma non si ha quando si rientra nei limiti stabiliti dello Stato-istituzione per cui regolamente la protesta  viene ipocritamente definita come ‘libertà d’espressione’ del popolo, che in realtà è ben poco libero, se deve sottostare ai meccanismi normativi dell’istituzione-Stato.

Nativi Americani occupano la prigione di Alcatraz

La parola ‘rivoluzione’ fa paura, perché ha in sé il germe del cambiare le cose costituite. Di più, di un ‘tornare indietro’. Dal latino ‘revolutus’, ‘volto indietro’, esattamente come la rivoluzione di un astro, che torna al punto da cui era partito, la rivoluzione è il contrasto e il sovvertimento dell’ordine costituito. E’ la distruzione della norma. Per cui etimologicamente niente di veramente rivoluzionario potrà lasciar le cose com’erano prima.

E quando la distruzione della norma prevede spesso, anzi quasi sempre, il comportamento violento,  il comportamento violento si genera, in una violenza non-programmata, a differenza ad esempio dei droni pilotati che generano morte. Morte normata e autorizzata in questo caso, quindi consentita.

La banda Baader-Meinhof nella Germania del ’68 è un esemplare caso di ‘violazione della norma’. Tutto inizia con un comportamento assolutamente fuori dalle norme: due persone appiccano il fuoco dentro un centro commerciale di Francoforte. Sono Gudrun Ensslin, giovane figlia di un pastore protestante, compagna politica e di vita di Andreas Baader, suo complice. A osservare tutto ciò, inizialmente sullo sfondo, la giornalista Ulrike Meinhof, penna senza padroni e senza pavidità, che fin da subito ha difeso gli studenti, contrastando invece le violenze in Vietnam e l’imperialismo, in una Germania Ovest decisamente collaborazionista degli USA. Ulrike intervista Gudrun e Andreas; affascinata dai due e dalle loro idee, aiuterà Andreas a fuggire dal carcere. Da qui la nascita della Rote Armee Fraktion (RAF) il nome ufficiale della banda. D’ora in poi, è un seguito di rapine, di attentati, di addestramenti in campi palestinesi, di arresti, omicidi. La RAF non finì con Ulrike o Andreas, ci fu la seconda e terza generazione di giovani terroristi e attentatori.

Gudrun Ensslin della banda Baader-Meinhof

Al tempo, come ora, gli umori della gente erano contrastanti: chi si discostava fermamente da simili atti, chi in modo palese o meno li appoggiava. Tuttavia questo si può ripetere, oggi più che mai. I politici e i detentori del potere devono sapere che la lotta armata, per alcuni soggetti sociali, può essere, come in alcune parti del mondo già avviene e continua ad avvenire, di nuovo presa in considerazione nella lista di questi possibili rimedi, tra le varie ipotesi non forse risolutive, ma espressive – nel senso etimologico del termine – di parte dell’umanità, tra coloro che rifiutano di morire passivamente di un cancro, di un palazzo costruito male, di un drone pilotato, di lavoro, di povertà indotta. Di rassegnazione.

Uno degli ultimi atti della RAF avviene nell’ottobre del 1977: l’uccisione del presidente degli industriali tedesco-occidentali ed ex ufficiale delle SS, Hanns-Martin Schleyer. Il 18 ottobre dello stesso anno, muoiono all’interno del carcere Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe, Anche loro, come Ulrike Meinhof, “ufficialmente” per suicidio, perché il suicidio in carcere è normale e contemplato, un omicidio in carcare da parte delle forze di polizia, no.

“Se avessi sentito parlare di brutalità della polizia, sarebbe stato detto di essere proprio come al tempo delle SS. E nel momento in cui vedi il tuo Paese come la continuazione di uno stato fascista, dai il permesso a te stesso di agire in ogni modo contro di esso”. (Stefan Aust, Der Baader Meinhof Komplex)

Il Kent State Massacre: quattro studenti uccisi dai militari statunitensi durante le proteste contro la guerra nel Vietnam

Una storia sbagliata

Voglio vivere come i gigli nei campi,
e come gli uccelli del cielo campare,
e voglio vivere come i gigli dei campi,
e sopra i gigli nei campi volare.

A Pa’, Francesco De Gregori

Il 5 marzo 1922 nasceva Pier Paolo Pasolini. Non mi pare, ma spero di essere smentita, che qualcuno l’abbia ricordato, soprattutto la ‘sinistra’ (sic). La stessa sinistra su cui lui aveva riposto fede e che poi lo tradì meschinamente. Da sempre egli è stato spirito libero, ribelle, artista e profetico. Per questo assassinato non solo da qualche efferato criminale, ma dall’Italia tutta, un’Italia che oggi come allora è incapace di riconoscere totalmente i suoi vizi, i suoi lati oscuri, ma più ancora di combatterli.

La poesia e l’analisi acuta della società di Pier Paolo sono state stille di luce in un mondo italico che allora si era inebriato del boom economico, lasciandosi sedurre dal mito del benessere, dei beni materiali, del nuovo, lasciando da parte e dimenticando la storia contadina, il vivere semplice ma puro e vero, l’incanto della gente non colta ma sincera, fiera, forte, leale. Valori lentamente e senza scampo sgretolati oggi nel loro massimo termine, dove chi dovrebbe promuoverli, assieme a una parità di diritti e uguaglianza a discapito del profitto – ovvero, di nuovo, la ‘sinistra’ – è troppo impegnata a rincorrere un leader che non c’è e in cui identificarsi, proprio per mancanza di identità, di progettualità socio-culturale e politica. Troppo impegnata a esaminare gli errori altrui, senza vedere la trave nel suo occhio. Incapace di parlare ai cittadini, al proprio elettorato di riferimento, che è ora in parte migrato verso emergenti movimenti politici dall’esito ancora incerto, in parte ha affidato le proprie speranze a un partito ibrido e approssimativo, fallimentare ancora una volta nel combattere lo spauracchio berlusconiano, secondo loro male di tutti i mali, e che è ora prepotentemente rimerso.

Esiste anche una terza parte di cittadini che non ha scelto nessuna di queste due strade: sono coloro che si sentono sperduti, delusi, incatalogabili, e sempre diffidenti verso chi promette facili soluzioni in cambio di un voto. Sono coloro che non possono accettare di scegliere ‘il meno peggio’, non possono decidere di ‘turarsi il naso’, come suggeriva Montanelli. E quindi rimangono isolati, proprio come Pier Paolo quando è stato tra i primi a riconoscere i primi segni della globalizzazione, prima di tantissimi altri, assieme alla distruzione delle culture particolari, alle storture della Chiesa, ai mali del consumismo, al fascismo nascosto nella società borghese e democristiana. Oggi il ‘regime democratico’ conosce il suo massimo splendore: lo si capisce soprattutto perché non ha mai più permesso che ci fosse spazio per qualcuno come lui. In questo spazio incolmabile rimaniamo noi che lo rimpiangiamo, in attesa della nascita di un nuovo poeta che ci prenda per mano e ci accompagni in mezzo a
un assolato campo di grano di quell’Italia contadina che ci ha creato e cresciuto perché anche io, come te, “darei l’intera Montedison per una lucciola”.

Il peso dell’ anima.

Così come ci si ‘scorda’ un po’ di avere un cuore, un fegato, una milza… in sostanza un corpo fisico finché non ci fa male, dandolo per scontato, così ci scordiamo di avere un’anima o come la vogliamo chiamare quella roba lì… quella roba che fa male e ci fa provare dolore non-fisico, senza essere un cuore, un fegato, uno stomaco… allora ce ne ricordiamo, che c’è ed esiste e fa parimenti male.

“Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c’è in 21 grammi, quanto va perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna?”

da 21 Grams, di A. Iñárritu

Il diritto alla morte

Per far piacere all’arcivescovo − e al suo Dio, se egli ne è fedele rappresentante − i malati terminali di tumore devono subire mesi di agonia del tutto inutile, tranne nel caso in cui i loro dottori o infermieri siano abbastanza umani da rischiare un’accusa di omicidio. Trovo davvero difficile concepire un Dio che tragga piacere dal contemplare questo genere di torture; e se ci fosse davvero un Dio capace di tale volontaria crudeltà io lo considererei indegno di ogni venerazione.

Bertrand Russell, Rassegna di spazzatura intellettuale, 1943

Questa è la storia di Jacob “Jack” Kevorkian, interpretato da Al Pacino nell’ impeccabile film di Barry Levinson. Jack ha avuto per alcuni il merito, e per altri la colpa, di aver praticato il suicidio assistito su 129 malati terminali in stato di grave e persistente sofferenza fisica, e per aver praticato l’eutanasia, letteralmente buona morte (dal greco εὐθανασία, composta da εὔ-, bene e θάνατος, morte) sul 130esimo paziente.

Jack ha sempre affermato di non essere un sostenitore del suicidio assistito, ma un sostenitore di chi, nel pieno delle sue facoltà mentali, ha diritto di scegliere, in condizioni di patologia grave e incurabile, se continuare a vivere oppure no. Questa sua teoria, che gli valse il nomignolo di Dottor Morte, lo portò ad essere considerato alla stregua di un serial killer, e dopo diversi rinvii a giudizio e conseguenti processi in cui viene assolto,  lo stato del Michigan lo condanna a 25 anni di reclusione per omicidio di secondo grado, proprio per il 130esimo caso, di cui il dottore registrò la procedura che poi fu trasmessa su una rete televisiva nazionale. Jack è stato rilasciato, in libertà vigilata, dopo otto anni e mezzo di prigionia. La Corte Suprema degli Stati Uniti si è rifiutata di esaminare il caso.

Penso che questo diniego della Corte Suprema non sia altro che lo specchio di una realtà molto più ampia, molto più estesa, che tocca tutti, ovvero che dell’eutanasia e del diritto alla morte gli stati e le persone non-ne-vogliono-ancora-parlare, e per questo ancora in molti paesi l’eutanasia non è regolamentata se non proibita e punita al pari dell’omicidio. Però pare sia legale e ancora molto diffuso far scoppiare guerre, pilotare droni a distanza, bombardare popolazioni inermi, avvelenare l’aria, l’acqua e la terra, che poi, inesorabilmente, avveleneranno le persone. Ma questo la legge lo consente.

Di cultura e altre sciocchezze

Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi.
Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.

Italo Calvino

Nei giorni precedenti alla formazione del nuovo governo sammarinese sento parlare di ‘Segreterie più importanti’ e Segreterie ‘minori’. In particolare, la Segreteria alla cultura, all’istruzione.

Già. Perché non si maneggiano dei gran soldi, perché non si decide delle sorti del paese (sempre economiche ovviamente).

La Segreteria alla Cultura come un contentino, insomma. La Spartizione delle Segreterie, ovvero di quelle 8 persone che decideranno sostanzialmente del destino di migliaia, null’altro è che un gioco politico, un gioco di potere, una spartizione tra chi ha il diritto supremo di averne di più, e invece chi buono buono deve accontentarsi di meno. Questioni tra partiti. È da qui che si capisce quanto la politica e tutto ciò che le ruota attorno sia lontanissimo e distante dalla gente, dall’umanità, dalle cose importanti.

Ma cos’è questa ‘cultura’? La ‘cultura’ innnazitutto è una parola che non ha un’accezione ‘alta’: non c’è quella ‘alta’ e quella ‘bassa’, come molti credono, sociologicamente la cultura è una e una sola, e ingloba tutte le caratteristiche e tradizioni di un popolo, da quelle più becere a quelle più nobili, e ingloba tutte le forme di espressività, da quelle più banali a quelle più elevate.

La cultura forma le idee e forma un popolo, decreta cosa sarà quel popolo, e decreta che scelte economiche, politiche e diplomatiche prenderà nelle cosiddette ‘Segreterie importanti’. Ad esempio, riconoscere la Palestina come Stato.

La scuola – pare banale dirlo ma occorre ricordarlo – forma le menti future, i futuri governanti,  non dovrebbe solo insegnare nozioni, formule, ma anche la comprensione, la condivisione, la gentilezza, e tutto ciò che riguarda il vivere sociale e civile. La scuola determina spesso le future scelte lavorative, la scuola è alla base di qualsiasi società che si voglia chiamare tale.

Parimenti, qualsiasi evento culturale, dalla commedia dialettale alla lectio magistralis all’università, alla tombola di Natale, creano e formano l’humus di una comunità, creano valori simbolici, e non solo nozionistici, che gettano le basi per un interesse non solo privatistico e individuale, ma comunitario, il cosiddetto ‘bene comune’: espressione così orribilmente stuprata e seviziata ultimamente che già mi sono pentita di averla usata.

E. Durkheim, sociologo francese, ritiene che ogni società si stabilisce e permane solo se si costituisce come comunità simbolica. Durkheim attribuisce grande importanza alle rappresentazioni collettive, cioè insiemi di norme e credenze condivise da un gruppo sociale. Esse sono considerate da Durkheim vere e proprie istituzioni sociali che costituiscono il cemento della società, consentendo la comunicazione tra i suoi membri e mutando con il cambiamento sociale.

Se ne potrebbe parlare ancora a lungo ma voglio fermarmi qui. Ecco, tutto ciò è cultura. Così ‘minore’, a quanto pare. Ma la cultura non è ‘buona’ a prescindere, per via di tutte le definizioni elencate sopra. La nostra cultura, eccola: è anche quella che a scuola mi ha fatto studiare tante nozioni di economia, comprese le società anonime e il segreto bancario, senza però dirmi a cosa in realtà servissero. La nostra cultura, quella che separa il concetto di ‘ambiente’ da quello di ‘territorio’, e fa pensare alla gente che sia cosa buona e giusta continuare a cementificare perché così le imprese edili lavorano e c’è lo stipendio. La nostra cultura, che fa richiedere sempre nuovi loculi e continui sventramenti del monte Titano, per lasciare spazio a nuove tombe. La nostra cultura, che fino all’altro ieri non voleva altro che strade, centri commerciali, società di leasing e posti in banca per i figli, mentre ora fa improvvisamente nascere dal nulla Festival del Cinema, Festival degli Anime giapponesi, quando fino all’altro ieri è stato sputato in faccia a chi tentava di portare tramite festival o altro la ora tanto sbandierata ‘cultura’.

Eggià, la cultura. Ora vedrete come tutti si riempiranno la bocca di ‘cultura’. Scommettiamo? Perché non si può più parlare di tante cose, (soprattutto perché l’Italia non vuole) e allora bisogna ingegnarsi a trovare qualcos’altro di cui parlare, qualcos’altro da presentare come programma di governo, ora che le conferenze stampa pre-elezioni sono terminate.

La cultura sarà sulla bocca di tutti, così come ad esempio il famigerato parco scientifico tecnologico, che pare ormai essere il Paese dell’Utopia… ma noi siamo in attesa. A proposito, c’è chi già parla di un ‘parco’ che ospiterà tanta tecnologia, talmente tanta che qualcuno dice ci saranno dei server dove chi vorrà, potrà venire a San Marino, paese estero, a depositare/nascondere file, memoria di aziende, gruppi, singoli. Stratosferici e inimmaginabili bit depositati e magari criptati… ah, la tecnologia, la cultura!