Future

gucci

Correva il cane tra le strade putride

di piscio e cemento.

Vagava tra le luminescenze

della notte

Era perso e cercava invano

quella mano che non c’è più.

 

Il profilo osseo

era ormai ben visibile tra

la luce e l’ombra del tramonto

di New Orleans,

dove i vecchi barboni urlavano

accarezzando il pulviscolo che

veniva dalle strade bianche

 

e il cane in quel momento

vede all’orizzonte una foglia

in volo, che si posa di fianco.

È una bella foglia che sa di stagno,

di umidità immutata e dolce

del Mississipi viaggiatore.

 

La annusa. E ci trova odore di casa, di fiume e

di tempesta, di giochi dimenticati,

della palla tirata da quel cucciolo umano

e riportata sempre a lui,

il suo dovere, la sua missione.

 

Ci trova profumo delle ossa del tacchino

del 4 luglio, ci trova la paura degli spari

perché tutti quegli spari quel giorno,

lo avevano chiuso in casa per ore, perché?

Ci trova una coperta di tiepido languore

di fianco al camino, a sognare e sognare

nelle notti d’inverno che mai potran tornare.

 

E poi

Il naso striscia a terra, la foglia vola, i ricordi

anche.

“Piss off”, calcio, lo chiamano gli umani

dolore al costato sinistro

respiro più corto

Solo

di nuovo

ancora

solo.

Il tempo-neve

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La neve la amiamo perché

è una cosa caduca

che non passa subito.

Non come la pioggia

come il tempo

che scivola via

insistente

convinta

sempre di corsa.

La neve invece

è il nostro sogno svelato

è il tempo che finalmente

scorre al rallentatore

e invece di scappare,

rimane

rimane

rimane.

Ma la neve come il tempo

come i ricordi

resta dolce e cristallina

solo se non si disturba,

se rimane lì così,

immobile intatta

se scompare lenta

come un sorriso

che c’è stato.

Invece agli uomini

piace prendere, frugare

spostare e distruggere

pensando invece

di proteggere e conservare.

Così imbruttiamo la neve

che non lasciamo vivere e lavorare

non le lasciamo svolgere

il suo silenzioso compito:

attutire la vita

e il tempo che non vorremmo

finisse.

Il tasto Rew

Mi piaci per opposizione.

Non sei l’amaro della busta di tè

rimasta nella tazza.

Non sei gli ombrelli dimenticati

o perduti.

Non sei il dubbio che mi ponevo

ogni mattina.

Non sei il colore indefinito

dopo il tramonto.

Sei un mondo di cose in potenza.

Sei come

in un pomeriggio di provincia

il sole appeso a un’altalena

Sei come

i primi sorsi delle granite

alla menta

Sei come

il diario di scuola

nella pagina del mio compleanno

Sei come il primo libro

che ho letto tutta la notte

per finirlo

Sei come il tasto rew

del mio vecchio walkman

(quando non riesci a guardarmi

vorrei abbracciarti

e dirti che puoi farlo)

Confessioni

Sono un sogno

Troppo grande per te

Una farfalla dimenticata

In un giorno di ottobre

E perduta

Tra i rivoli di pioggia

Dei tombini.

Sono ispirazione e realtà

Crudeltà e fantasia

Giochi mai pensati

Fantasie chiuse a chiave.

Altre strade hai preso

Per non essere amato

Per non essere cercato

Per scappare da te

Per scappare da me.

Ma io ti troverò

E insieme berremo

Alcuni dei nostri migliori giorni

Davanti a una candela

Di un’osteria fuori porta

Mentre fuori la tempesta

Spazza via i rimpianti

Degli attimi perduti.

To do list in un giorno di pioggia

Ho un viaggio da preparare

Un libro da scrivere

E un amore da perdere.

Ho una pianta da innaffiare

Ricordi da dimenticare

E lacrime da spazzare.

Ho una lingua da imparare

Un’amica da chiamare

E un cuore da riattaccare.

Ho una porta da aprire

Una chiave da buttare

E un giorno da iniziare.

Ho un temporale da respirare

Ho parole da ritrovare

E una vita da continuare.

Di muschio, di fate e altre storie

Ognuno ha più di un profumo irrefrenabile traghettatore di ricordi lontani. Il mio è il muschio. Il muschio è quel vegetale verde che prolifica nel sottobosco, dove non batte il sole, e sulle rocce impervie. Il muschio scatena percezioni tattili e olfattive, ma più di tutto fa rivivere l’infanzia. Quell’età magica in cui durante il periodo prenatalizio partiva la caccia al muschio, per costruire il piccolo grande mondo del presepe, un gioco di bambole e animali che per i bambini ha poco a che fare con la religione. Il tanto agognato muschio – quello fresco, non quello essiccato e inodore in vendita nei negozi – era dunque un perfetto prato in miniatura da far brucare alle piccole pecore, era un perfetto nascondiglio per i fili delle lucine che suggerivano un’artificiosità assolutamente da tagliar fuori da quella che era la più autentica messa un scena della vita vera, qualcosa di molto più serio di una banale casa di Barbie.

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Il muschio dei boschi scozzesi

L’arrivo del muschio fresco, procacciato dal babbo a mo’ di rara selvaggina, era quindi un evento gioioso che portava con sé altri mondi e racconti, non importava se fossero veri: l’arrampicata pericolosa su una roccia, l’addentrarsi in una grotta abitata da volpi, lo scorrere di un ruscello, il terreno fangoso e scivoloso. Tutto pur di avere un po di vero muschio. Nei miei sogni di bambina non ci poteva essere odore più bello di quello del muschio, odore di bosco, odore di acqua, odore di terra millenaria, odore di magia selvatica. Niente nella natura vegetale poteva essere paragonato alla soffice e sensuale morbidezza di questa piccola pianta vegetale, di questo velluto spesso che vestiva il bosco a festa nei mesi più umidi dell’inverno. Correre e rotolarsi in un prato tutto fatto di muschio, solleticarsi in quel cuscino naturale, di cui la natura è sempre troppo avara nel concederlo agli umani.

Molti anni più tardi, quando il presepe ha cessato di essere quel rito infantile che tanto amavo, ho però ritrovato il mio muschio in uno dei luoghi che da anni sognavo di visitare: la Scozia.

Qui, il muschio era onnipresente e abbondante, qui il verde era solo fatto di muschio, e le rocce, e tutto quello che di più magnifico c’era, era morbido e verdissimo come nelle più belle fiabe fantasy, come in tutte quelle leggende celtiche che amavo.

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esemplari di Amanita Muscaria

Nelle valli, o meglio nei ‘glen’ come si chiamano in gaelico, a ridosso delle montagne e lungo i purissimi corsi d’acqua, potevo finalmente camminare di un tappeto muschioso, la coperta di Madre Terra, tanto morbida da affondarci non di rado i piedi quasi come a voler immedesimarsi in un arbusto, a sentir cosa si prova ad essere albero, così libero e così stabile. In quei luoghi, fu semplice e spontaneo capire l’origine delle leggende nate lì: ad esempio la storia delle fate-fanciulle, le tessitrici della trama complessa del tappeto muschioso, abitatrici del mondo invisibile che non vediamo ma di cui si sente forte la mancanza.

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E lì, in mezzo al profumato sottobosco, in mezzo ai funghi rossi e giganti, in mezzo agli arbusti centenari, aveva senso credere nell’esistenza di quel mondo, e amarlo e rispettarlo, quel mondo che sembra magico solo perché non riusciamo più vederlo, quel mondo che ha nome natura e che ci riporta a una viva essenzialità, fatta di istinti, di passioni, che nel quotidiano cerchiamo di assopire e narcotizzare, ma che si possono destare facilmente alla presenza di un profumo, profumo di bosco, profumo che ci riporta alle origini selvagge di incondizionata libertà, profumo di vita, che sempre prospera e si rinnova, ogni volta che accarezziamo la terra.

Oriana, l’amore per un uomo e l’odio per il potere

 

«Contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotskij, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostoevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il “chi è?”, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera “Ζ” che vuol dire “è vivo” in greco antico.»

Dal film “Z – l’orgia del potere”

Questa è la storia di un uomo e di una donna che gli promise di raccontarla. L’uomo si chiama Alekos Panagulis. La donna si chiama Oriana Fallaci. L’uomo era una persona qualsiasi, che viveva in un paese qualsiasi, la Grecia. Fin dal 1967 in Grecia c’era una dittatura come ce ne sono tante, una dittatura militare. L’uomo qualunque decise un giorno di cambiare la sua storia uguale alle tante altre storie di uomini, e decise anche di cambiare la Storia: cercò di far esplodere l’automobile e con essa il dittatore, ma il suo piano fallì. Fu catturato e incarcerato per lungo tempo, ma le torture fisiche e psicologiche non riuscirono a scalfire la sua anima, così innamorata della libertà e della giustizia.

Quando uscì di prigione, Oriana Fallaci volò in Grecia per intervistarlo, e nacque un amore. Il loro amore riuscì a resistere alla dittatura, alle persecuzioni, ai pedinamenti, ai drammi interiori di entrambi, alle incertezze, alle paure, e riuscì persino a resistere alla morte e al Potere, il Potere che è sempre uguale a sé stesso anche se cambia colore.

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Fallaci e Panagulis

“Scrivilo tu per me” “Alekos ma che dici… la racconterai tu la tua storia”. Non è stato così. Fu Oriana a scriverla nel 1979 in un libro che ebbe un successo internazionale, “Un uomo”, e chissà, forse sarebbe stata un po’ diversa la sua storia raccontata da lui. Forse sarebbe stata meno poetica, meno dolce nella sua crudezza, meno ricca di emotività; una storia come un uomo qualunque racconterebbe la sua folle e sciagurata e meravigliosa vita. Perché questo è stato Panagulis; non avrebbe voluto chiamarsi eroe, anche se la folla l’ha chiamato così.

Durante gli anni successivi alla prigionia e precedenti al suo omicidio, l’uomo aveva continuato a combattere la dittatura, in tutti i modi possibili in cui un singolo uomo potrebbe pensare di sconfiggere il Potere; spesso facendolo nel modo più difficile, cioè rifiutando di piegarsi e di ubbidire: “la solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai princìpi assoluti da qualsiasi parte essi vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.”

Oriana Fallaci, la guerra e l’Islam – Essendo stata una cronista di guerra, proprio per questo la Fallaci ha da sempre condannato ogni tipo di conflitto (anche quello in Iraq scoppiato nel 2003) avendone visto da vicino tutti gli orrori, e l’ha scritto chiaramente in articoli e libri. A Sabina Guzzanti, comica che la imitò facendola passare per guerrafondaia, rispose così:

«Giovanotta, essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell’esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare. Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate».

Autoscatto

Autoscatto

L’avversione per il mondo islamico risale a molto prima dell’11 settembre 2001, ed è dovuta a diverse esperienze personali, non a elucubrazioni astratte, esperienze che si possono rinvenire nei suoi ultimi libri. Si è occupata specialmente della condizione delle donne musulmane, portando alla luce la pratica dell’infibulazione, le storie delle spose bambine vendute come oggetti, i libri di Imam pubblicati non nell’anno 1000 ma nel 2000, dove spiegano il modo esatto di picchiare le donne.

Il popolo spesso è gregge, e inizia a urlare “razzista, razzista” anche se il solo razzismo che c’è è quello verso tutte le forme di violenza e di potere.

Oriana: Alekos, cosa significa essere un uomo?

Alekos: Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’ancora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se.

E per te cos’è un uomo?

Oriana Fallaci: Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos.

“La storia come libertà”: addio a Jacques Le Goff

Gli uomini e le donne, se sanno cogliere il piccolo dono di libertà, di libero arbitrio e di volontà efficace che la natura umana e la storia concedono loro, possono servirsene per cambiare il mondo e la società, faticosamente, attraverso alti e bassi, balzi in avanti e arretramenti, senza che niente sia definitivamente dato per scontato. La storia può essere, deve essere libertà.

(Jacques Le Goff, da Cinque personaggi del passato per il nostro presente)

La morte di uno storico come Jacques Le Goff, di questi tempi così senza passato, di questi tempi del Qui e Ora, sembra non faccia così tanta notizia. Eppure senza storia non esiste memoria, e senza memoria è impossibile costruire un presente, poiché non esistono fondamenta su cui costruire:

“Il presente è determinato tanto dal caso e dal libero arbitrio, quanto dall’eredità del passato”.

Jacques Le Goff nel suo studio

Jacques Le Goff nel suo studio

Dopo 90 anni, se ne va dunque Le Goff, che ha saputo coinvolgere il grande pubblico in argomenti apparentemente per pochi come la storia medievale. Lascio ad altri il compito di dilungarsi nella sua biografia. Quello che è importante dire di questo storico francese è la sua capacità di essere riuscito non solo a rendere la storia materia per tutti e a farla apprezzare tramite un linguaggio accessibile e divulgativo; ma prima ancora, di indagarla, e di riuscire a distruggere il mito dei “secoli bui”  – ovvero l’epoca medievale creduta di declino e ignoranza – attraverso un minuzioso lavoro di ricerca e analisi. Quesi secoli ricchi di scoperte, di vita, di prime fondamenta per la cultura come la conosciamo ora, sono le radici di quello che la società è oggi, nel bene e nel male. Un’attenzione precisa per i piccoli fatti, dietro all’ombra dei grandi, alla vita del popolo, non solo dei potenti e delle guerre.

Dal meraviglioso al quotidiano, proprio come titola un suo libro, che indaga le credenze ultraterrene ma anche i rituali di ogni giorno. Ed è proprio questa intersecazione che va a definire quel che sono gli esseri umani, lacerati tra divino e miserabile, tra realtà e fantasia.

San Giorgio e il drago

San Giorgio e il drago

Non solo le battaglie hanno creato la storia dell’uomo, quanto i fortissimi simboli che permeano il mondo: ad esempio il rapporto tra l’uomo e la foresta, che Le Goff ha analizzato. La foresta come luogo magico, rifugio di eremiti, in contrapposizione alla città ed immaginario erede del deserto, già luogo mistico nella tradizione biblica. E poi i bestiari, i miti pagani riletti in chiave cristiana che ci portiamo dietro ancora oggi, e che influenzano tutti gli aspetti della vita pratica.

Probabilmente Le Goff è stato qualcosa di più che uno storico, è stato anche un po’ antropologo e sociologo, nello studiare anche il cibo, la visione del corpo, della religione, del folklore e della magia, di quegli anni che, paragonati ai nostri, per certi aspetti erano certamente molto più luminosi della nostra finta libertà, che risplende sotto l’ingannevole luce di un eterno presente.

 

“Io sono fatta per condividere l’amore”

“Non trincerarti nell’idea che solo ciò che dici tu, e nient’altro, sia giusto. Quanti presumono di avere sempre ragione, o di possedere una lingua o un animo superiori, ebbene, una volta scrutati a fondo, rivelano il loro vuoto interiore. Anzi fa onore a un uomo, per quanto saggio egli sia, continuare ad imparare senza chiudersi nell’ostinazione”.

Sofocle

 

Valgono più le leggi dello Stato o le leggi del cuore? E’ Antigone, protagonista femminile dell’omonima tragedia di Sofocle, a rispondere a questa domanda. Rappresentata per la prima volta ad Atene nel 442 a.C., Antigone appartiene al ciclo di drammi tebani, insieme a Edipo Re e Edipo a Colono, che descrivono la drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti.

Siamo a Tebe, una delle più importanti e potenti città dell’antica Grecia, governata dal re Creonte, zio di Antigone. Egli pone un assoluto divieto: Polinice, fratello della ragazza, è reo di aver combattuto contro Tebe, e deve quindi giacere insepolto divorato dagli animali, perché ha trasgredito le sacre leggi dello Stato. Antigone ignora il divieto, e appellandosi a quelle che lei chiama “norme non scritte degli dèi” va a seppellire il fratello, e per questo Creonte ordina di murarla viva; la donna va coraggiosamente verso la morte e si impiccherà nella sua camera sepolcrale.

Antigone, di Trung Cao

Antigone, di Trung Cao

Antigone è un simbolo fortissimo di ribellione femminile, poiché al tempo i valori della città e degli dei erano sacri e inviolabili, e chi trasgrediva veniva punito, spesso con la morte.In particolare Eschilo, principale drammaturgo greco e antecedente a Sofocle, pose al centro delle sue tragedie il problema della responsabilità e del castigo. Celebre è la storia di Prometeo che fu punito per aver portato il fuoco agli uomini. Al tempo di Eschilo i valori incrollabili erano la misura e la giustizia. Chi eccedeva, o andava contro le leggi, era colpevole di hybris, cioè di presunzione, e veniva punito dalla Giustizia, bilancia che non poteva rimanere in disequilibrio. Se le colpe non venivano espiate tramite morte violenta, queste ricadevano sulla stirpe del trasgressore.

Antigone (il cui nome significa “contro nascita” perché morirà senza figli) rompe con la tradizione, osa sfidare e disobbedire a suo zio re, a cui dovrebbe essere sottomessa come donna, nipote e cittadina. Pone la sua individualità, i suoi sentimenti, al di sopra delle leggi della città, per rispettare una legge di natura; lei dice “divina”, oggi si può definire una legge interiore, della propria coscienza. Non lei importa di quel che suo fratello è stato per la città, per lei è semplicemente suo fratello.

Le leggi dello Stato sono fatte dagli uomini, e come gli uomini possono essere manchevoli o sbagliate, e così quelle imposte dalla religione – qualcuno direbbe pur sempre fatte da uomini – o dalla morale dominante.

La storia di Antigone dovrebbe essere un grande spunto di riflessione ogni volta che ci si trova ad affrontare questioni che riguardano la vita e la morte, come l’aborto o l’eutanasia. Ma anche quando i principi etici sono messi in discussione: a volte c’è un’etica individuale che non ha niente a che fare con le leggi o con le imposizioni della società, ed è proprio questo richiamo fortissimo di una legge interiore che merita di essere almeno ascoltato.

 

 

 

 

Volate…

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“E poi, che succede quando si comprime un’energia viva e non le si consente di vivere? Come il magico vaso nelle mani sbagliate, cresce, cresce, cresce fino a esplodere versando a terra il suo magnifico contenuto. […] O forse, alla fine ci troviamo espulse da questo comodo angolino non perché così abbiamo voluto, non perché ci sentivamo pronte – nessuno è mai completamente pronto – ma perché qualcosa ci attende al limitare del bosco, ed è il nostro fato.

Scrisse G. Apollinaire: “Li portammo sull’orlo del baratro, e ordinammo loro di volare. Resistevano. Volate, dicemmo. Continuavano a opporre resistenza. Li spingemmo oltre il bordo. E volarono”.

Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi