Oriana, l’amore per un uomo e l’odio per il potere

 

«Contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotskij, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostoevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il “chi è?”, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera “Ζ” che vuol dire “è vivo” in greco antico.»

Dal film “Z – l’orgia del potere”

Questa è la storia di un uomo e di una donna che gli promise di raccontarla. L’uomo si chiama Alekos Panagulis. La donna si chiama Oriana Fallaci. L’uomo era una persona qualsiasi, che viveva in un paese qualsiasi, la Grecia. Fin dal 1967 in Grecia c’era una dittatura come ce ne sono tante, una dittatura militare. L’uomo qualunque decise un giorno di cambiare la sua storia uguale alle tante altre storie di uomini, e decise anche di cambiare la Storia: cercò di far esplodere l’automobile e con essa il dittatore, ma il suo piano fallì. Fu catturato e incarcerato per lungo tempo, ma le torture fisiche e psicologiche non riuscirono a scalfire la sua anima, così innamorata della libertà e della giustizia.

Quando uscì di prigione, Oriana Fallaci volò in Grecia per intervistarlo, e nacque un amore. Il loro amore riuscì a resistere alla dittatura, alle persecuzioni, ai pedinamenti, ai drammi interiori di entrambi, alle incertezze, alle paure, e riuscì persino a resistere alla morte e al Potere, il Potere che è sempre uguale a sé stesso anche se cambia colore.

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Fallaci e Panagulis

“Scrivilo tu per me” “Alekos ma che dici… la racconterai tu la tua storia”. Non è stato così. Fu Oriana a scriverla nel 1979 in un libro che ebbe un successo internazionale, “Un uomo”, e chissà, forse sarebbe stata un po’ diversa la sua storia raccontata da lui. Forse sarebbe stata meno poetica, meno dolce nella sua crudezza, meno ricca di emotività; una storia come un uomo qualunque racconterebbe la sua folle e sciagurata e meravigliosa vita. Perché questo è stato Panagulis; non avrebbe voluto chiamarsi eroe, anche se la folla l’ha chiamato così.

Durante gli anni successivi alla prigionia e precedenti al suo omicidio, l’uomo aveva continuato a combattere la dittatura, in tutti i modi possibili in cui un singolo uomo potrebbe pensare di sconfiggere il Potere; spesso facendolo nel modo più difficile, cioè rifiutando di piegarsi e di ubbidire: “la solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai princìpi assoluti da qualsiasi parte essi vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.”

Oriana Fallaci, la guerra e l’Islam – Essendo stata una cronista di guerra, proprio per questo la Fallaci ha da sempre condannato ogni tipo di conflitto (anche quello in Iraq scoppiato nel 2003) avendone visto da vicino tutti gli orrori, e l’ha scritto chiaramente in articoli e libri. A Sabina Guzzanti, comica che la imitò facendola passare per guerrafondaia, rispose così:

«Giovanotta, essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell’esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare. Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate».

Autoscatto

Autoscatto

L’avversione per il mondo islamico risale a molto prima dell’11 settembre 2001, ed è dovuta a diverse esperienze personali, non a elucubrazioni astratte, esperienze che si possono rinvenire nei suoi ultimi libri. Si è occupata specialmente della condizione delle donne musulmane, portando alla luce la pratica dell’infibulazione, le storie delle spose bambine vendute come oggetti, i libri di Imam pubblicati non nell’anno 1000 ma nel 2000, dove spiegano il modo esatto di picchiare le donne.

Il popolo spesso è gregge, e inizia a urlare “razzista, razzista” anche se il solo razzismo che c’è è quello verso tutte le forme di violenza e di potere.

Oriana: Alekos, cosa significa essere un uomo?

Alekos: Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’ancora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se.

E per te cos’è un uomo?

Oriana Fallaci: Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos.

L’Onda

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”.

 Hannah Arendt, La banalità del Male

È possibile oggi la nascita di una nuova dittatura? Secondo il film L’onda, ispirato a una storia vera, pare di sì.  Nel 1967 in California, il professore R. Jones vuole dimostrare proprio questo alla sua classe, ovvero come sia stato possibile che tantissime persone siano state attratte e infine inglobate in una dittatura, e come questo possa ricapitare facilmente. Jones dà vita ad un movimento chiamato “The Third Wave” (“La terza onda”) e convince i suoi studenti che era necessaria l’eliminazione della democrazia.

Il motto della terza onda era: “Forza attraverso la disciplina, forza attraverso l’unione, forza attraverso l’azione, forza attraverso l’orgoglio”.  Giorno dopo giorno, Jones instilla nella classe il senso della disciplina, del gruppo, crea uniformità con una divisa, un saluto comune, e lui stesso è la figura carismatica detentrice del comando. Tutti ubbidiscono e tutti si sentono parte del gruppo.

Dennis Gansel, con il suo film, non fa altro che portare questo esperimento durato solo quattro giorni nella realtà, alle sue estreme e forse probabili conseguenze, se fosse proseguito per un tempo maggiore.

Se la pellicola dal punto prettamente artistico e tecnico non lascia molto da gustare sul piatto, ha in compenso una sceneggiatura di peso (che si è conquistata anche un premio al Festival di Torino). In una delle parti più interessanti del film, il professore dialogando con gli studenti fa emergere le caratteristiche che ha ogni dittatura, ovvero: una figura predominante. La disciplina. Il potere attraverso la disciplina. E quali condizioni sociali favoriscono la nascita di una dittatura? Alto tasso di disoccupazione e ingiustizia sociale. Inflazione. Disillusione politica. Nazionalismo estremo. Potere attraverso l’unità, ovvero un gruppo che si sente una cosa sola, e che  ha regole comuni, un simbolo comune, un leader carismatico. Così si giunge a quella parola che fa un po’ meno paura di “dittatura”, ma che nella sostanza significa la stessa cosa, ovvero: autocrazia. Un singolo o un gruppo ha tanto potere da aver controllo su tutti.

A mettere in fila tutto ciò, a parlare delle condizioni sociali che caratterizzano la nostra quotidianità – niente lavoro, ingiustizie sociali – a momenti può venire in mente qualche movimento politico italiano di casa nostra nato proprio per combattere questi fenomeni, basato sulla figura del leader, così attento a “fare gruppo”, così ligio alle sue regole interne, così fiscale sull’uso del simbolo, così convinto di essere dalla parte del vero, del giusto, del buono, perché il resto è tutta merda, il resto pare essere tutto da eliminare, il dialogo non esiste, se non all’interno del movimento, e chi non la pensa così… non esiste, è morto. “Sono morti!” [dice proprio così un capo carismatico contemporaneo seguito da folle adoranti che riempiono le piazze] Morti. Per il momento, solo metaforicamente.