Di rivolta in rivolta

La rivolta sociale viene oggi invocata da più parti, è qualcosa che qualcuno teme, è un termine che fa paura. Fa paura perché spesso coincide con la massima espressione di rabbia e violenza non di persone qualsiasi, ma di persone che per anni e anni, parafrasando Thoreau, hanno vissuto un’esistenza di quieta disperazione.

Quando le dinamiche prima individuali e poi sociali di sfruttamento e oppressione, anche psicologica, raggiungono un certo limite, poi esplodono o implodono in qualche modo. Se implodono, ormai lo fanno quasi solo all’interno della psiche, rigettando la realtà, con l’isolamento, la depressione, l’autolesionismo di qualsiasi tipo. Se esplodono, ormai più raramente, lo fanno fuori, ma in modo eclatante, ed allora lì accade qualcosa del tutto insolito, qualcosa di ‘deviato’.

La protesta cosiddetta ‘pacifica’, non è altro che una delle forme di rispondenza alle norme sociali, per cui il sistema sociale è creato. La violazione della norma non si ha quando si rientra nei limiti stabiliti dello Stato-istituzione per cui regolamente la protesta  viene ipocritamente definita come ‘libertà d’espressione’ del popolo, che in realtà è ben poco libero, se deve sottostare ai meccanismi normativi dell’istituzione-Stato.

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La parola ‘rivoluzione’ fa paura, perché ha in sé il germe del cambiare le cose costituite. Di più, di un ‘tornare indietro’. Dal latino ‘revolutus’, ‘volto indietro’, esattamente come la rivoluzione di un astro, che torna al punto da cui era partito, la rivoluzione è il contrasto e il sovvertimento dell’ordine costituito. E’ la distruzione della norma. Per cui etimologicamente niente di veramente rivoluzionario potrà lasciar le cose com’erano prima.

E quando la distruzione della norma prevede spesso, anzi quasi sempre, il comportamento violento,  il comportamento violento si genera, in una violenza non-programmata, a differenza ad esempio dei droni pilotati che generano morte. Morte normata e autorizzata in questo caso, quindi consentita.

La banda Baader-Meinhof nella Germania del ’68 è un esemplare caso di ‘violazione della norma’. Tutto inizia con un comportamento assolutamente fuori dalle norme: due persone appiccano il fuoco dentro un centro commerciale di Francoforte. Sono Gudrun Ensslin, giovane figlia di un pastore protestante, compagna politica e di vita di Andreas Baader, suo complice. A osservare tutto ciò, inizialmente sullo sfondo, la giornalista Ulrike Meinhof, penna senza padroni e senza pavidità, che fin da subito ha difeso gli studenti, contrastando invece le violenze in Vietnam e l’imperialismo, in una Germania Ovest decisamente collaborazionista degli USA. Ulrike intervista Gudrun e Andreas; affascinata dai due e dalle loro idee, aiuterà Andreas a fuggire dal carcere. Da qui la nascita della Rote Armee Fraktion (RAF) il nome ufficiale della banda. D’ora in poi, è un seguito di rapine, di attentati, di addestramenti in campi palestinesi, di arresti, omicidi. La RAF non finì con Ulrike o Andreas, ci fu la seconda e terza generazione di giovani terroristi e attentatori.

Gudrun Ensslin della banda Baader-Meinhof

Al tempo, come ora, gli umori della gente erano contrastanti: chi si discostava fermamente da simili atti, chi in modo palese o meno li appoggiava. Tuttavia questo si può ripetere, oggi più che mai. I politici e i detentori del potere devono sapere che la lotta armata, per alcuni soggetti sociali, può essere, come in alcune parti del mondo già avviene e continua ad avvenire, di nuovo presa in considerazione nella lista di questi possibili rimedi, tra le varie ipotesi non forse risolutive, ma espressive – nel senso etimologico del termine – di parte dell’umanità, tra coloro che rifiutano di morire passivamente di un cancro, di un palazzo costruito male, di un drone pilotato, di lavoro, di povertà indotta. Di rassegnazione.

Uno degli ultimi atti della RAF avviene nell’ottobre del 1977: l’uccisione del presidente degli industriali tedesco-occidentali ed ex ufficiale delle SS, Hanns-Martin Schleyer. Il 18 ottobre dello stesso anno, muoiono all’interno del carcere Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe, Anche loro, come Ulrike Meinhof, “ufficialmente” per suicidio, perché il suicidio in carcere è normale e contemplato, un omicidio in carcare da parte delle forze di polizia, no.

“Se avessi sentito parlare di brutalità della polizia, sarebbe stato detto di essere proprio come al tempo delle SS. E nel momento in cui vedi il tuo Paese come la continuazione di uno stato fascista, dai il permesso a te stesso di agire in ogni modo contro di esso”. (Stefan Aust, Der Baader Meinhof Komplex)

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