Da un atlante del mondo difficile

So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l’ ufficio
con l’abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio
nell’apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete
dopo l’ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia
in piedi nella libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve
spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire
le scale
verso un nuovo tipo d’amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le telenotizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’attesa
Di occhi che s’incontrano sì e no, d’identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani. So
che stai leggendo questa poesia con una vista non più buona, le spesse lenti
ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però
continui a leggere perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa
scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro
nella mano
poiché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.
So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,
diviso fra rabbia e speranza
ricominciando a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non rimane
nient’altro da leggere
là dove sei atterrato, completamente nudo.

Adrienne Rich

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Melancholia

“Può darsi che non ci sia nessuna verità per cui provare un ardente desiderio,

ma che il desiderio di per se stesso è già vero”.  Lars Von Trier


Lo scrittore francese A. J. Pernety nel ‘Dictionnaire‘ che pubblicò nel 1758 scrive: “Melancolia significa putrefazione della materia, perché il colore nero ha qualcosa di triste, e perché l’umore del corpo umano chiamato melancolia è considerato come bile nera e cotta, che causa vapori tristi e lugubri”. Inoltre aggiunge che “la materia al nero degli alchimisti è chiamata anche ‘primo segno’ dell’opus poiché senza annerimento non ci sarà bianchezza”.

Ecco che il titolo del film in questo caso – e per fortuna non ne è stata fatta nessuna traduzione in italiano – diventa parte del film e ne spiega in parte il senso.

Un film sulla fine del mondo, ecco quello che può sembrare Melancholia. Invece è molto altro.

Ci sono Justine e Claire. Justine (Kirsten Dunst) neosposa, è alla sua festa di nozze organizzata dalla sorella nei minimi dettagli, insieme a tutti gli altri. Gli invitati, i genitori e i parenti. Anche lo sposo. Ma Justine non sembra interessata. Sente tutta la falsità, la pesantezza di quel rito, di quel suo doversi accomodare a un ruolo prestabilito.

Sullo sfondo Melancholia. Cos’è, una stella? Si chiede Justine. La terribile angoscia che la sovrasta, proprio come il pianeta che passerà vicino alla Terra, non riesce a essere né risolta, né capita dalla sorella Claire.

In questo mondo ovattato, una villa come luogo dell’azione, circondata dalla Natura, la quale gioca un ruolo niente affatto secondario. Niente altro di rilevante, sembra non esistere televisione, non esistono media.

Justine è la parte oscura. È la parte che non vede un senso, che si sente oppressa, che non riesce a vivere. A vivere questa vita, beninteso, cioè la vita di Claire.

Claire è la parte luminosa, razionale. È la donna che non sbaglia, socialmente inserita, che ha un ruolo, che sa cosa vuole e chi è. Finchè non arriva Melancholia.

Allora le parti si ribaltano, e tutto cambierà, per Justine e per Claire.

Il regista mostra tutte le possibili reazioni: nel ristretto gruppo di personaggi, c’è chi si affida alla scienza, chi alla magia, chi agli antidepressivi o al suicidio, svelando così in extremis la sua vera natura; perchè è nei momenti di disperazione che si svela veramente per quello che è l’animo umano. Ed è così che la depressione di Justine trova un senso nel tutto, in un mondo che non merita di essere salvato. Proprio così: niente spoiler, visto che Von Trier apre e chiude il film allo stesso modo, con la distruzione della Terra, divorata da questo grande Pac Man, il pianeta Melancholia.

La catastrofe non è in stile ‘armageddon’. Ci sono inquadrature e fotografia splendidi, citazionismi e omaggi al mondo dell’arte: indimenticabili e struggenti i primi minuti al ralenti, con il sottofondo del dramma musicale wagneriano Tristano e Isotta. Sicuramente qualcosa al di là del puro omaggio al compositore; si dice che nel Tristano Wagner abbia voluto “mettere in scena” la filosofia di Shopenauer. Scrisse che l’incontro con il grande filosofo gli aveva rivelato il “cordiale e sincero desiderio di morte, la piena incoscienza, la totale inesistenza, la scomparsa di tutti i sogni, unica e definitiva redenzione”. Proprio come l’atteggiamento di Justine verso la fine imminente.

Dunque nessuna scena violenta, di morte, o terrore… almeno quello fisico. Qui non c’è il solito presidente americano che tenta di rassicurare tutti, non c’è il solito eroe buono che salva il mondo. Di solito nei film di Lars von Trier non ci sono eroi. Anzi, ci sono personaggi anche molto cattivi, personaggi che sono schifosamente umani. Con i loro grumi di paure, di bassezze, di meschinità. Per questo i film di Lars Von Trier spesso non vengono accettati né compresi da chi si rifiuta di vedere tutto ciò prima in se stesso, e poi negli altri, e continua a recitare la commedia del buonismo a tutti i costi, anche a quello di recitare una parte, fino a sentirsi burattini sbattuti in una commedia mal scritta.

Infine, una grande domanda. La visione di questo immenso pianeta che collide con il nostro fino a farlo sparire, che Justine vede prima di tutti gli altri (è una stella?) e poi sempre più vicino… ci mette di nuovo di fronte alle nostre megalomanie umane, ai riti terrestri, ma soprattutto, se la Terra scompare… è la fine di tutto, o è la fine di tutto per noi? O meglio, la fine della materia significa la fine di tutto? E nonostante questo, può aver avuto un senso comunque? Lars Von Trier ci ha dato, in modo chiaro, la sua personale risposta. L’unica certezza che può dare questo film, è che che non esisterà mai posto abbastanza sicuro per nascondersi dall’Ignoto, da se stessi e da tutte queste domande che gli uomini continueranno a porsi, “poiché senza annerimento non ci sarà  bianchezza”.