Melancholia

“Può darsi che non ci sia nessuna verità per cui provare un ardente desiderio,

ma che il desiderio di per se stesso è già vero”.  Lars Von Trier


Lo scrittore francese A. J. Pernety nel ‘Dictionnaire‘ che pubblicò nel 1758 scrive: “Melancolia significa putrefazione della materia, perché il colore nero ha qualcosa di triste, e perché l’umore del corpo umano chiamato melancolia è considerato come bile nera e cotta, che causa vapori tristi e lugubri”. Inoltre aggiunge che “la materia al nero degli alchimisti è chiamata anche ‘primo segno’ dell’opus poiché senza annerimento non ci sarà bianchezza”.

Ecco che il titolo del film in questo caso – e per fortuna non ne è stata fatta nessuna traduzione in italiano – diventa parte del film e ne spiega in parte il senso.

Un film sulla fine del mondo, ecco quello che può sembrare Melancholia. Invece è molto altro.

Ci sono Justine e Claire. Justine (Kirsten Dunst) neosposa, è alla sua festa di nozze organizzata dalla sorella nei minimi dettagli, insieme a tutti gli altri. Gli invitati, i genitori e i parenti. Anche lo sposo. Ma Justine non sembra interessata. Sente tutta la falsità, la pesantezza di quel rito, di quel suo doversi accomodare a un ruolo prestabilito.

Sullo sfondo Melancholia. Cos’è, una stella? Si chiede Justine. La terribile angoscia che la sovrasta, proprio come il pianeta che passerà vicino alla Terra, non riesce a essere né risolta, né capita dalla sorella Claire.

In questo mondo ovattato, una villa come luogo dell’azione, circondata dalla Natura, la quale gioca un ruolo niente affatto secondario. Niente altro di rilevante, sembra non esistere televisione, non esistono media.

Justine è la parte oscura. È la parte che non vede un senso, che si sente oppressa, che non riesce a vivere. A vivere questa vita, beninteso, cioè la vita di Claire.

Claire è la parte luminosa, razionale. È la donna che non sbaglia, socialmente inserita, che ha un ruolo, che sa cosa vuole e chi è. Finchè non arriva Melancholia.

Allora le parti si ribaltano, e tutto cambierà, per Justine e per Claire.

Il regista mostra tutte le possibili reazioni: nel ristretto gruppo di personaggi, c’è chi si affida alla scienza, chi alla magia, chi agli antidepressivi o al suicidio, svelando così in extremis la sua vera natura; perchè è nei momenti di disperazione che si svela veramente per quello che è l’animo umano. Ed è così che la depressione di Justine trova un senso nel tutto, in un mondo che non merita di essere salvato. Proprio così: niente spoiler, visto che Von Trier apre e chiude il film allo stesso modo, con la distruzione della Terra, divorata da questo grande Pac Man, il pianeta Melancholia.

La catastrofe non è in stile ‘armageddon’. Ci sono inquadrature e fotografia splendidi, citazionismi e omaggi al mondo dell’arte: indimenticabili e struggenti i primi minuti al ralenti, con il sottofondo del dramma musicale wagneriano Tristano e Isotta. Sicuramente qualcosa al di là del puro omaggio al compositore; si dice che nel Tristano Wagner abbia voluto “mettere in scena” la filosofia di Shopenauer. Scrisse che l’incontro con il grande filosofo gli aveva rivelato il “cordiale e sincero desiderio di morte, la piena incoscienza, la totale inesistenza, la scomparsa di tutti i sogni, unica e definitiva redenzione”. Proprio come l’atteggiamento di Justine verso la fine imminente.

Dunque nessuna scena violenta, di morte, o terrore… almeno quello fisico. Qui non c’è il solito presidente americano che tenta di rassicurare tutti, non c’è il solito eroe buono che salva il mondo. Di solito nei film di Lars von Trier non ci sono eroi. Anzi, ci sono personaggi anche molto cattivi, personaggi che sono schifosamente umani. Con i loro grumi di paure, di bassezze, di meschinità. Per questo i film di Lars Von Trier spesso non vengono accettati né compresi da chi si rifiuta di vedere tutto ciò prima in se stesso, e poi negli altri, e continua a recitare la commedia del buonismo a tutti i costi, anche a quello di recitare una parte, fino a sentirsi burattini sbattuti in una commedia mal scritta.

Infine, una grande domanda. La visione di questo immenso pianeta che collide con il nostro fino a farlo sparire, che Justine vede prima di tutti gli altri (è una stella?) e poi sempre più vicino… ci mette di nuovo di fronte alle nostre megalomanie umane, ai riti terrestri, ma soprattutto, se la Terra scompare… è la fine di tutto, o è la fine di tutto per noi? O meglio, la fine della materia significa la fine di tutto? E nonostante questo, può aver avuto un senso comunque? Lars Von Trier ci ha dato, in modo chiaro, la sua personale risposta. L’unica certezza che può dare questo film, è che che non esisterà mai posto abbastanza sicuro per nascondersi dall’Ignoto, da se stessi e da tutte queste domande che gli uomini continueranno a porsi, “poiché senza annerimento non ci sarà  bianchezza”.

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