Lost in translation

Siamo a Tokyo. Città ricca razionale ordinata tecnologica e precisa. Almeno apparentemente. Avvolti in questo mondo nipponico ci sono Bob e Charlotte.

Bob (Bill Murray) è il ritratto dell’infelicità e del vuoto. O, se vogliamo, di un’apparente felicità. Bob ha tutto, ma in realtà non ha niente. I soldi non fanno la felicità, non è un modo di dire. In questo vuoto, in questa città, trova un altro “vuoto”, Charlotte (Scarlett Johansson). Così persa e senza strada e senza motivi per vivere. Il marito, le amiche, non vedono il suo malessere e non percepiscono la sua necessità di ricerca di un senso. Solo Bob vede e capisce. Bob e Charlotte si vedono. E finalmente si trovano, e si parlano, e vivono, e la vita non sembra più così brutta e banale e senza senso.

lost_in_translation2Quello che c’è tra Bob e Charlotte è difficile da definire. Amore o amicizia? O qualcosa di ancora diverso?

Con Lost in Translation la regista Sofia Coppola ci mostra l’inutilità di qualsiasi definizione che cerca di voler inquadrare un sentimento, un trasporto verso un’altra persona. Ci sta dicendo “ehi tu che cerchi la felicità in un matrimonio, in un viaggio, nel denaro… non funziona così”, e ce lo dice con una delicata ironia che pervade tutto il film, dove uno dopo l’altro infila personaggi ben caratterizzati e definiti, che incrociano le vite dei due protagonisti.

Il film mostra una città divorata dall’urbanizzazione insensata, ma anche una realtà dove da qualche parte si nasconde la vita vera, o meglio l’autenticità. Così come per vedere il vero Giappone Charlotte deve uscire dalla città, dalle sale giochi, dai video pubblicitari, e trovarsi in mezzo alla natura e ai templi, così bisognerebbe uscire da se stessi prima, per poi ri-trovarsi. E tuttavia, riesce a emergere anche la magia della metropoli, perché la magia che sente Charlotte, capendo grazie all’incontro con Bob che non tutto è perduto, riesce a vederla anche fuori da sè.

Lost_in_Translation_235-3008101338596Uscire da se stessi non è nulla di stranoo new-age: significa liberarsi dai ruoli che interpretiamo, spesso costruiti benissimo addosso, ma molto limitanti. Così Bob non è solo un ricco attore cinquantenne con un matrimonio routinario. Charlotte ha da poco finito di fare l’università e non sa bene cosa fare della sua vita, forse perché ha capito il giochetto del ruolo, perché lo vede in Bob, che lo recita molto male, controvoglia, e per questo Bob strappa tanti sorrisi – anche un po’ malinconici – allo spettatore.

Bob e Charlotte si trovano. Si trovano e si amano, in un modo del tutto particolare che non comprende nessuno degli stereotipi che l’industria cinematografica occidentale ha da sempre appiccicato al concetto di amore.

Scarlett Johansson e Bill Murray in una scena del film

Colonna sonora consigliata: Air, My Bloody Valentine, The Jesus & Mary Chain

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