Perché bisogna sempre parlare?

“ma perché bisogna sempre parlare? più si parla più le parole non vogliono dir niente”

“Le parole dovrebbero esprimere esattamente quello che vogliamo dire, invece ci tradiscono…”

da Vivre Sa Vie di Jean-Luc Godard

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Amen.

“La sua Chiesa ha dimostrato in passato che la purificazione si può ottenere bruciando le persone. Il nazismo sta semplicemente facendo la stessa cosa su grande scala”.

Si può fare un elenco dei più grandi crimini di cui nel corso nei secoli si è macchiata la Chiesa Cattolica? No. Ci vorrebbero troppe pagine. Per gli interessati, rimando al “Libro nero del Cristianesimo” scritto da Jacopo Fo, Sergio Tomat e Laura Malucelli. I crimini della Chiesa non consistono però solo di azioni, ma anche di quello che non è stato fatto, del silenzio assenso. Un caso su tutti, è la vicenda dell’Olocausto, lo sterminio di milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il film “Amen.” Del regista C. Costa Gavras racconta proprio questa storia. O meglio, racconta la storia vera di Kurt Gerstein, un chimico ufficiale delle ss. Gerstein scopre che lo Zyclon B, da lui realizzato per le disinfestazioni, viene utilizzato per gassare gli ebrei. A fronte di questa ributtante scoperta, inizia a contattare gli ambienti cattolici, auspicando che si faccia qualcosa per fermare lo sterminio. Di fronte a sé non troverà altro che muri. Solo un giovane gesuita, padre Riccardo, affronterà questa battaglia contro il silenzio, ma sarà solo contro tutti. L’unica speranza è che una persona dotata di Potere come il papa Pio XII si esprima contro lo sterminio e denunci pubblicamente al mondo ciò che già alcuni sanno. Il papa però non farà niente, non dirà niente, e i motivi per cui non l’ha fatto possono essere molteplici, gli storici (soprattutto quelli cattolici) li stanno ancora cercando, ma credo che nessun motivo sia sufficiente. In questo caso il silenzio parla da solo. C’è da dire però che Pio XII come un buon papa e cattolico che si rispetti, manifestò antisemitismo nonché uno spiccato anticomunismo. E si sa, ai nazisti non piacevano i comunisti… Purtroppo un tema così importante e scioccante non è trattato con grande maestria filmica. Nonostante stimoli lo sbadiglio su tutti i punti, ci sono però delle immagini che non si dimenticano. Non viene mai mostrata una camera a gas. Le uniche immagini che ci suggeriscono l’orrore sono i treni merci che partono pieni (di ebrei) e vengono poi inquadrati completamente svuotati, insieme allo sguardo di Gerstein quando gli viene mostrato dallo spioncino quello che avviene nelle camere a gas. Lo spettatore non vede niente, però capisce. Capisce soprattutto quando viene mostrato il cardinale che offre rifugio in Argentina a un gerarca nazista, colui che nel film afferma: “La sua Chiesa ha dimostrato in passato che la purificazione si può ottenere bruciando le persone. Il nazismo sta semplicemente facendo la stessa cosa su grande scala”. AMEN.

Django Unchained, un fiocco di neve macchiato di sangue

Candie: “Il tuo capo è un po’ pallido per uno sport come la lotta fra negri”.

Django: “No. Non è abituato a vedere un uomo squartato dai cani”.

Candie: “Tu sei abituato?”.

D: “Sono solo un po’ più abituato agli americani di lui”.

Django: Sì. Fotografia e regia meravigliose, anche se non raffinato quanto Inglorious Bastards, Jamie Foxx poco espressivo ma presenza notevole, Di Caprio una certezza, Waltz si poteva anche valorizzare un po’ di più, soundtrack come al solito una cornice degna del quadro, scenografia wow, sceneggiatura apprezzabile. Inquadrature alla Sergio Leone, citazioni filmiche a non finire che vanno da Via col Vento a Taxi Driver a Trinità. Senza contare il messaggio sociopolitico di fondo. in mezzo al mare di melma cinematografica Tarantino si salva ancora. Il Cinema è il suo grande maestro, e lui l’ha sempre dimostrato: non solo la tecnica, non solo il talento, non solo l’emozione, ma… l’umiltà di voler costantemente imparare e sempre guardarsi intorno. Il perfetto mix tra cultura pop e avantgarde, tra classico e retrò, liricità e carnalità. Proprio come la vita, un guazzabuglio di cose dalla più schifosa alla più bella, o entrambe allo stesso tempo. Un fiocco di cotone macchiato di sangue.

Il diritto alla morte

Per far piacere all’arcivescovo − e al suo Dio, se egli ne è fedele rappresentante − i malati terminali di tumore devono subire mesi di agonia del tutto inutile, tranne nel caso in cui i loro dottori o infermieri siano abbastanza umani da rischiare un’accusa di omicidio. Trovo davvero difficile concepire un Dio che tragga piacere dal contemplare questo genere di torture; e se ci fosse davvero un Dio capace di tale volontaria crudeltà io lo considererei indegno di ogni venerazione.

Bertrand Russell, Rassegna di spazzatura intellettuale, 1943

Questa è la storia di Jacob “Jack” Kevorkian, interpretato da Al Pacino nell’ impeccabile film di Barry Levinson. Jack ha avuto per alcuni il merito, e per altri la colpa, di aver praticato il suicidio assistito su 129 malati terminali in stato di grave e persistente sofferenza fisica, e per aver praticato l’eutanasia, letteralmente buona morte (dal greco εὐθανασία, composta da εὔ-, bene e θάνατος, morte) sul 130esimo paziente.

Jack ha sempre affermato di non essere un sostenitore del suicidio assistito, ma un sostenitore di chi, nel pieno delle sue facoltà mentali, ha diritto di scegliere, in condizioni di patologia grave e incurabile, se continuare a vivere oppure no. Questa sua teoria, che gli valse il nomignolo di Dottor Morte, lo portò ad essere considerato alla stregua di un serial killer, e dopo diversi rinvii a giudizio e conseguenti processi in cui viene assolto,  lo stato del Michigan lo condanna a 25 anni di reclusione per omicidio di secondo grado, proprio per il 130esimo caso, di cui il dottore registrò la procedura che poi fu trasmessa su una rete televisiva nazionale. Jack è stato rilasciato, in libertà vigilata, dopo otto anni e mezzo di prigionia. La Corte Suprema degli Stati Uniti si è rifiutata di esaminare il caso.

Penso che questo diniego della Corte Suprema non sia altro che lo specchio di una realtà molto più ampia, molto più estesa, che tocca tutti, ovvero che dell’eutanasia e del diritto alla morte gli stati e le persone non-ne-vogliono-ancora-parlare, e per questo ancora in molti paesi l’eutanasia non è regolamentata se non proibita e punita al pari dell’omicidio. Però pare sia legale e ancora molto diffuso far scoppiare guerre, pilotare droni a distanza, bombardare popolazioni inermi, avvelenare l’aria, l’acqua e la terra, che poi, inesorabilmente, avveleneranno le persone. Ma questo la legge lo consente.

La migliore offerta

“I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

 

È pratica comune dell’uomo simulare un’emozione, non è poi così difficile. Magari non per molto, magari non sempre, ma l’inganno e la menzogna possono essere così facilmente dietro l’angolo. Giuseppe Tornatore ce lo dice a chiare lettere accompagnandoci per mano nel mondo di Virgil Oldman, sessantenne mercante e collezionista d’arte un po’ misantropo.

Il mondo di mister Virgil è un mondo di perfezione, di ordine e di solitudine. Niente donne, per lui, niente amore, niente distrazioni. Il bicchiere di cristallo siglato, la collezione di guanti per non toccare le altre persone, e soprattutto i loro sentimenti. Forse per qualcuno è sempre meglio mantenersi a distanza, non raccontare mai troppo di sé, anche se le parole – quando ci sono – sono precise, misurate e puntuali. Ma poi quando incontri qualcuno come te, con le tue stesse paure, anzi peggiori, ti guardi dall’esterno e capisci che è giunto il momento di cambiare. Claire, 27 anni e affetta da agorafobia, commissiona a Virgil la valutazione del patrimonio artistico della casa dove vive, o meglio, si nasconde. Qui capiamo che Tornatore con questo film ci regala qualcosa di più che un mero omaggio al mondo dell’arte, con una scenografia sontuosa e a tratti di ispirazione gotico-romantica, giusta cornice per una donna misteriosa e chiave di volta della storia, sostenuta da un ancora ammirevole Ennio Morricone. La casa di Claire è senza dubbio la co-protagonista del film, e simbolicamente corredata di tutto il nécessaire: l’alto cancello di ferro battuto, la mobilia impolverata, i passaggi segreti, un giardino incolto, la pioggia battente e la notte al momento opportuno. Altro personaggio secondario ma metaforicamente con un ruolo-chiave, è l’automa ricostruito pezzo per pezzo con frammenti ritrovati nella villa, di un geniale inventore del ‘700, Jacques de Vaucanson (cos’è questo se non un raffinato omaggio allo steampunk?). E così come il robot, solo pezzo per pezzo lo spettatore insieme allo stesso Virgil riesce a comprendere il complesso meccanismo narrativo, che sicuramente una cosa la riesce a dimostrare: “in ogni falso vi è sempre qualcosa di autentico”.

L’Onda

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”.

 Hannah Arendt, La banalità del Male

È possibile oggi la nascita di una nuova dittatura? Secondo il film L’onda, ispirato a una storia vera, pare di sì.  Nel 1967 in California, il professore R. Jones vuole dimostrare proprio questo alla sua classe, ovvero come sia stato possibile che tantissime persone siano state attratte e infine inglobate in una dittatura, e come questo possa ricapitare facilmente. Jones dà vita ad un movimento chiamato “The Third Wave” (“La terza onda”) e convince i suoi studenti che era necessaria l’eliminazione della democrazia.

Il motto della terza onda era: “Forza attraverso la disciplina, forza attraverso l’unione, forza attraverso l’azione, forza attraverso l’orgoglio”.  Giorno dopo giorno, Jones instilla nella classe il senso della disciplina, del gruppo, crea uniformità con una divisa, un saluto comune, e lui stesso è la figura carismatica detentrice del comando. Tutti ubbidiscono e tutti si sentono parte del gruppo.

Dennis Gansel, con il suo film, non fa altro che portare questo esperimento durato solo quattro giorni nella realtà, alle sue estreme e forse probabili conseguenze, se fosse proseguito per un tempo maggiore.

Se la pellicola dal punto prettamente artistico e tecnico non lascia molto da gustare sul piatto, ha in compenso una sceneggiatura di peso (che si è conquistata anche un premio al Festival di Torino). In una delle parti più interessanti del film, il professore dialogando con gli studenti fa emergere le caratteristiche che ha ogni dittatura, ovvero: una figura predominante. La disciplina. Il potere attraverso la disciplina. E quali condizioni sociali favoriscono la nascita di una dittatura? Alto tasso di disoccupazione e ingiustizia sociale. Inflazione. Disillusione politica. Nazionalismo estremo. Potere attraverso l’unità, ovvero un gruppo che si sente una cosa sola, e che  ha regole comuni, un simbolo comune, un leader carismatico. Così si giunge a quella parola che fa un po’ meno paura di “dittatura”, ma che nella sostanza significa la stessa cosa, ovvero: autocrazia. Un singolo o un gruppo ha tanto potere da aver controllo su tutti.

A mettere in fila tutto ciò, a parlare delle condizioni sociali che caratterizzano la nostra quotidianità – niente lavoro, ingiustizie sociali – a momenti può venire in mente qualche movimento politico italiano di casa nostra nato proprio per combattere questi fenomeni, basato sulla figura del leader, così attento a “fare gruppo”, così ligio alle sue regole interne, così fiscale sull’uso del simbolo, così convinto di essere dalla parte del vero, del giusto, del buono, perché il resto è tutta merda, il resto pare essere tutto da eliminare, il dialogo non esiste, se non all’interno del movimento, e chi non la pensa così… non esiste, è morto. “Sono morti!” [dice proprio così un capo carismatico contemporaneo seguito da folle adoranti che riempiono le piazze] Morti. Per il momento, solo metaforicamente.

Io e Te

“La solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista”

Bernardo Bertolucci

 

Bernardo Bertolucci è tornato. Lo ha fatto dopo una lunga assenza, dovuta alla sua malattia che lo costringe in sedia a rotelle. E forse proprio per questo con “Io e te” – sceneggiatura tratta dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti – ci regala una serie di inusuali inquadrature, quasi a voler compensare la sua immobilità con l’occhio della telecamera che va ovunque, si infiltra nelle prospettive più improbabili e nei dettagli più nascosti alla banalità.

‘Io e te’: sono due solitudini che si incontrano, certamente non per caso. Due anime sotto la lente d’ingrandimento. Lorenzo, quattordicenne un po’ complessato che va a nascondersi per una settimana in cantina invece di andare in gita con la scuola, invece di socializzare, come vorrebbe la madre molto, troppo premurosa. Di lì a poco in questo rifugio fuori dal mondo e fuori dal tempo, comparirà Olivia, la sorellastra di 25 anni, problemi di droga e crisi di astinenza, colei che lo farà svegliare dal torpore della tana e della vita.

La cantina è un tòpos letterario che da tempo è comparso nella letteratura, dalle Memorie del sottosuolo di M. Dostoevskij, a Fight Club di Chuck Palahniuk: luogo dell’inconscio e del rimosso freudiano per eccellenza, in questo film svolge la stessa identica funzione. Ed è proprio in queste ‘quattro mura’, dove ogni dettaglio diventa importante, che Lorenzo cambia. Come in ogni romanzo  – o film – di formazione che si rispetti, avviene il mutamento, l’evoluzione, positiva o meno. Non è certo la prima volta che Bertolucci tratta questo tema, anzi, come un fil rouge lo ritroviamo in molti suoi capolavori: da “Io ballo da sola”  a “The dreamers”, fino all’epopea di “Novecento”, che intreccia dolcemente le vicende storico-politiche a quelle personali di Alfredo e Olmo, dall’infanzia alla maturità.

Ci ritroviamo tanto anche il corpo in “Io e te”, sempre protagonista pur lasciando da parte il sesso – almeno apparentemente – e ci ritroviamo un personaggio femminile dalla voce sporca e dal comportamento ambiguo ma non per questo meno deliziosa.

Nel piccolo universo dove è girato quasi tutto il film, la cantina, si ritrovano tanti significati dove Bertolucci ci vuol far posare lo sguardo: l’animaletto che gira ossessivamente all’interno della teca, un po’ come si fa a 15 anni quando il proprio mondo è la propria camera, da dove non sempre si vuole uscire; il viso del protagonista per una volta così vero, così pieno di ‘imperfezioni’ ma che in realtà svelano solo una cosa: l’autenticità, in mezzo a un’industria cinematografica dove la norma è un’immagine patinata e perfetta.

Un’azzeccata colonna sonora anch’essa significativa e importante, tassello fondamentale nella globalità del film, come sempre  nelle opere di Bertolucci, dai Cure di ‘Boys don’t cry’ a un raro David Bowie che fa ri-scoprire una rarità: ‘Space Oddity’ cantata nella versione riscritta da Mogol in italiano, e che è il sottofondo a una delle scene più belle e toccanti del film. Il resto, composto per l’occasione da Franco Piersanti.

E alla fine del film, non possiamo che cogliere appieno il senso di uno dei più contrastanti stati umani: la solitudine, spesso meraviglia e dolore allo stesso tempo, inestricabile voglia dell’essere umano di fondersi con l’altro e allo stesso di tempo di staccarsi da tutti e da tutto. È solo quando c’è il desiderio di staccarsi soprattutto da sé stessi, che si attua l’unica e vera accezione negativa di solitudine, quella che in questa storia è capitata a Olivia. Quella di Lorenzo invece è la solitudine così come la intende il sentire comune, è l’isolamento, che non consuma, che non compra, che non si fa vedere, ma che lavora duramente per l’unico vero obiettivo che non si trova in vendita da nessuna parte: la conoscenza di sé.